Lunedì, 29 Novembre 2021

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1° ottobre 2021

Cari Amici,

ho deciso di trascrivere sul consueto sito il risultato dei miei pensamenti estivi. Lo scopo di tale scelta è di verificare, considerando le peculiarità di quanto affermo, se le mie opinioni, spesso estreme, possono essere condivise o contraddette.

In questo ultimo caso mi piacerebbe conoscerne le ragioni ed aprire quel dialogo che fino ad ora non sono riuscito ad intrattenere.

Scusandomi per il disturbo saluto tutti i volenterosi interlocutori con viva gratitudine, stima e cordialità

Claudio Bianchi

 

 

Fremiti di fede per quanto

osserva un cattolico

 

 

Sommario

 

1.     Perché questo scritto

2.     La tristezza di un cattolico

3.     Il tentativo di esporre le ragioni della tristezza

4.     A chi ci si può appellare (!?)

5.     Se sbaglio mi corriggerete, gridava un Santo, vorrei farlo anche io

6.     Si ritroverà la pace?

7.     C’è qualcuno che condivide le mie afflizioni?

8.     Conclusioni

 

 

 

  1. Perché questo scritto

 Le ragioni per le quali ho deciso di scrivere queste pagine sono tante e tutte confuse. Infatti, a fronte di una specifica situazione nella quale sperimentavo l’altrui volontà di calpestare i miei convincimenti per affermare quanto più conveniva a lui ed ai suoi sodali, mi è venuto di ripensare a ciò che stavo accadendo intorno a me. Mi sono sempre definito un laico-cattolico espressione che non indica una contraddizione ma uno stato dell’essere.

Solo per cercare di farmi comprendere, voglio ricordare che durante il dibattito sull’insegnamento della religione nelle scuole, mentre attendevo che le mie figlie uscissero dall’istituto dove frequentavano le medie, una giornalista mi chiese se ero favorevole o contrario che rimanesse l’insegnamento della religione, risposi, senza mezzi termini, che ero favorevole.

Allora, l’intervistatrice mi chiese perché ed io risposi perché «sono cattolico»; non mi chiese altro e si dileguò. Ecco il laico, coniugato padre di due figlie e cattolico.

Qualche tempo dopo, un amico mi propose di collaborare con la Santa Sede, fui in dubbio poiché non mi sembrava di essere preparato. Lui insistette evidenziando, bontà sua, quanto avevo fatto e facevo come professore e come professionista, senza trascurare mai il mio substrato cattolico. Alla fine mi convinse e mi dichiarai pronto a collaborare.

   

  1. La tristezza di un cattolico

 Il Papa, oggi Santo, Giovanni Paolo Secondo mi nominò Consulente dell’APSA straordinaria. Mi tuffai nel lavoro, verificando discrasie interpretative tra la Chiesa Statunitense ed i criteri bilancistici utilizzati dall’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, l’APSA appunto.

La prima contestava le perdite rilevate dalla seconda, sostenendo che quest’ultima non aveva tenuto conto della valutazione dell’oro di cui disponeva in varie forme. Mi sforzai di dimostrare che, in chiave economica, avevano ragione, ma sotto il profilo finanziario erano in torto. Infatti, non dovendo né potendo liquidare l’oro questo non forniva i flussi finanziari che servivano alla predetta Amministrazione per conseguire i suoi obiettivi. Dimostrai il tutto attraverso l’elaborazione di un bilancio finanziario accanto all’economico e, grazie anche a questi strumenti contabili, la controversia si concluse e la Chiesa di oltre Atlantico riprese le sue erogazioni finalizzate all’obolo di San Pietro.

Ero felice e lo fui ancora di più quando mi venne dato l’incarico di strutturare un bilancio unico per le due sezioni dell’APSA.

La cosa non fu semplice, soprattutto perché, non essendo gradita da tutti, ci furono molti contrari che si sforzarono di ostacolarmi nella realizzazione del progetto. In coerenza con il mio carattere e fermo nel voler raggiungere l’obiettivo che mi era stato assegnato ed avevo accettato, proseguii nel lavoro pervenendo ad una soluzione articolata, nella quale avevo evidenziato, come dettaglio del «consolidato» i risultati di ciascuna sezione con relativi commenti.

La Commissione Cardinalizia alla quale fu presentato il lavoro, lo apprezzò molto, invitandomi a proseguire nel programma di riorganizzazione che avevo proposto a latere della riforma dei bilanci.

Il piano prevedeva, in sintesi, l’obbligo del budget per tutte le strutture che avrebbero impegnato mezzi finanziari. Detti documenti dovevano essere inviati al “Controllo di gestione e procedure”, ufficio anch’esso previsto da me nella nuova struttura. La procedura era basata sull’obbligo per ogni unità operativa di inoltrare al citato ufficio la richiesta dell’acquisto da effettuare. Il Controllo di Gestione ne verificava la coerenza con la previsione di budget e, nel caso positivo, l’inoltrava all’Ufficio Acquisti per il seguito di competenza, mentre negava l’autorizzazione se l’acquisto richiesto non era coerente con la previsione di budget.

Tale procedura, integrata da un Ufficio Acquisti adeguatamente organizzato con un “Elenco fornitori” in fase di attuazione, fu particolarmente apprezzata dalle Commissioni Cardinalizie alle quali fu sottoposta, insieme alla nuova struttura di bilancio, ormai sperimentata in almeno altre due occasioni rispetto a quella descritta.

La ragione di tale apprezzamento va ricercata nel superamento del caos esistente negli approvvigionamenti, ove vigeva la logica del fare senza regole.

Non fu facile affermare il criterio del controllo sugli acquisti, ma furono proprio le Commissioni Cardinalizie che, rendendosene conto, mi esortavano a non demordere.

Debbo dire che gli impegni descritti, nel mio caso congiunti con quelli dei corsi universitari e dell’attività professionale, furono un gravame pesantissimo, ma che mi dette grande soddisfazione poiché mi aveva consentito di conseguire l’obiettivo del buon funzionamento amministrativo della “Chiesa”.

Non posso dimenticare, al riguardo, il sostegno di chi, all’epoca, presiedeva e dirigeva l’APSA e gli altri settori operativi dove stato intervenendo.

La medaglia di fine anno in ricordo del pontificato in atto era per me l’unico, prezioso riconoscimento materiale, giacché all’epoca i consultori non percepivano alcun compenso.

Purtroppo, però, il Santo Padre venne meno, nel dolore generale ed al grido «santo subito». Fu sostituito dal Papa che assunse il nome di Benedetto XVI, il quale, dette grande potere ad un suo collaboratore fino a nominarlo Segretario di Stato. Quest’uomo, sensibile al guadagno, non gradì molte mie iniziative e, soprattutto, il ruolo di presidente del Collegio dei Revisori dell’Ospedale Bambino Gesù, che ricoprivo da circa dodici anni. Infatti, ero l’unico, tra Consiglio di Amministrazione e Collegio dei Revisori, che diceva «no» ad iniziative discutibili sotto vari profili, compreso quello morale, sopraffatto dall’interesse economico.

Fui nominato consigliere dell’Autorità di Informazione Finanziaria (A.i.F.) ed indotto, con la fantomatica indicazione di un ipotetico conflitto di interesse tra le due cariche a lasciare quella che ricoprivo all’Ospedale Bambino Gesù. Il campo per gli scempi nella gestione del predetto Nosocomio era sgombro, dopo il mio allontanamento, con la libertà di azione per il discutibile presidente dello stesso.

L’allontanamento del Cardinale presidente della citata Autorità, che io seguii inducendo gli altri consiglieri a fare lo stesso, servì a snaturare l’A.i.F. ed a far bloccare le iniziatiche che avevo immaginato per rendere la stessa autenticamente operativa.

Finiva, così, la mia «era» di impegni e di soddisfazioni nella trasformazione amministrativa della Curia in un organizzato sistema finalizzato, tra l’altro, a far rendere al meglio le disponibilità in atto, nonché i flussi che la Chiesa avrebbe acquisito nel tempo.

Eppure le mie angosce erano destinate a crescere per le scelte in ambito gestionale del Successore di Benedetto Sedicesimo.

   

  1. Il tentativo di esporre le ragioni della tristezza

 L’abbandono di Benedetto XVI mi destabilizzò ulteriormente. Facevo fatica, infatti, a comprendere l’idea che il «Vicario di Cristo in Terra» potesse lasciare il suo posto, dimettendosi come un qualunque impiegato, seppure in carica dirigenziale al massimo livello. Mi chiedevo perché e se emergeva come risposta che non ce la faceva più a reggere l’impatto con il suo Segretario di Stato ed i suoi sodali, ero ancora più sconcertato.

Stimavo moltissimo l’uomo, il teologo prima ancora che il Papa; la sua enciclica “Caritas in Veritate” è stata per me una grande gioia, poiché, come ho evidenziato in un mio scritto dava logica e, quindi, ragione alla mia tesi sull’Etica sostantivo (Etica, finanza e profitto, in Caritas in Veritate_ la lezione e l’esperienza, Rubettino, 2011).

Il suo abbandono, come ho detto, mi ha profondamente colpito come cattolico, che non ha neanche compreso la scelta di rimanere in un bel sito appositamente attrezzato all’interno dei giardini vaticani. Voglio dire che avrei capito di più il rifugiarsi fuori dal mondo, magari in un eremo inaccessibile della foresta germanica.

La scelta, come detto, è stata diversa ed il conclave che ne è succeduto ha visto salire al soglio di Pietro il Cardinale Bergoglio, il quale ha assunto il nome di Papa Francesco.

Quest’ultimo ha sostituito il Segretario di Stato, elevando a tale carica il Cardinale Parolin.

Ho avuto presto occasione di conoscere personalmente quest’ultimo, di cui sono rimasto affascinato per la profondità del suo sapere, nonché per l’intelligenza ed il garbo con i quali si è subito approcciato al suo incarico, reso ancora più complesso dall’agire del suo predecessore.

Il nuovo Segretario di Stato, convinto, bontà sua, della mia volontà di essere utile alla causa della Chiesa nell’ambito delle mie competenze, mi ha chiamato a far parte del tavolo di consultazione per studiare il più funzionale rapporto tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.

Mi impegnai, come mia abitudine, a fondo e, insieme al compianto amico prof. Dalla Torre immaginammo una soluzione e nuovi statuti per i due enti.

Il Presidente fu contento del lavoro svolto e dopo aver ringraziato ciascun membro della Commissione la sciolse. Ho saputo, poi, che le nostre fatiche non hanno sortito gli effetti sperati dallo stesso Cardinale, poiché tutto è rimasto congelato allo stato “quo”.

Intanto, la nuova reggenza, ignorando in modo assoluto quanto esisteva nell’attività funzionale della Curia, provvedeva a nuove nomine, pescando, per le attività tecniche, nell’ambito delle società di revisione, pronte, a fronte di lauti guadagni a sobbarcarsi incarichi ai quali non erano preparate.

Ebbi così modo di provare un nuovo dispiacere, perché nessuno ritenne di interpellarmi su quanto era stato fatto. Avevo professionalmente sperimentato in tante occasioni l’attività di riorganizzazione di una struttura aziendale e, sempre, avevo cominciato con l’interrogare i preposti alle varie funzioni per valutare l’impostazione di queste ultime, nonché le capacità di chi le dirigeva.

Le scelte del Vertice della Curia sono state opposte: ignorare l’esistente per inventare il nuovo. Probabilmente si riteneva che tutti coloro che operavano in precedenza erano totalmente incapaci o peggio una platea di delinquenti. Ovviamente, non era così e ciò si sarebbe potuto facilmente appurare, se lo si fosse voluto. Sta di fatto che le nuove leve non hanno dato i frutti sperati e per alcuni si sono anche aperte le porte delle galere vaticane.

Il mio dispiacere o forse potrei dire dolore non fu attenuato neanche dall’ennesimo riguardo che ebbe nei miei confronti il Cardinale Segretario di Stato.

Questi, infatti, mi ha proposto di entrare nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza e per me fare qualche cosa di utile a favore della realizzazione di San Pio da Pietrelcina è stato un grande onore. Purtroppo, però, mi sono trovato di fronte ad un deficit di undici milioni di euro, con il Collegio dei Revisori impressionato dalla perdita e pronto a chiedere copertura alla Proprietà. Resomi conto che l’urgenza era quella di trovare una soluzione patrimoniale, ho messo subito mano al guazzabuglio che si era venuto a creare nelle partecipazioni al patrimonio della Fondazione. Ho anche chiesto aiuto, per gli aspetti fiscali, al dott. Norberto Arquilla che ha firmato con me la relazione nella quale esprimevamo le soluzioni alternative per risolvere il problema.

La soluzione o meglio le soluzioni alternative non furono contestate dai Colleghi del Collegio, ma neanche accolte con entusiasmo. Questo poi si spense del tutto quando andai ad esporre il progetto al Presidente dell’APSA, “socio di maggioranza” della Fondazione in questione, il quale argomentò dandomi l’impressione di essere preoccupato di perdere il controllo della Fondazione.

Gli spiegai che così non era, ma lui non volle nemmeno ascoltare le mie motivazioni.

Ne soffrii, ma mi resi conto che si trattava solo di un preavviso, rispetto alla volontà del Segretario di Stato di nominare tre “saggi”, divenuti poi quattro, per individuare (!?) le cause delle carenze che affliggono Casa Sollievo.

L’incontro tra questi ed il Consiglio di Amministrazione della Fondazione «de qua» fu per me scioccante, giacché gli stessi seppero solo enunciare le carenze che generavano perdite, ben note al Consiglio ed al Direttore Generale che si stavano da tempo attivando per rimuoverle, non indicando una sola proposta per risolvere una, dico una di tali carenze.

Ritenni, a questo punto, inutile la mia presenza nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione, così decisi di dimettermi, ma il Presidente mi pregò di attendere e così feci.

   

  1. A chi ci si può appellare (!?)

 Ho esposto nei capitoli precedenti, le sconfitte che ho subito per le mie iniziative calpestate o inascoltate senza alcuna motivazione.

È certo che, allo stato, quanto modificato, innovato, ristrutturato nel nuovo corso, non mi pare abbia dato alcun frutto benefico. I provvedimenti giudiziari adottati, peraltro, non sembrano il portato di correzioni del passato, bensì di iniziative finanziarie attuali o quasi.

Mi fa soffrire l’idea di un Segretario di Stato eccezionale al quale sono state ridotte le guarentigie e, perciò, deve navigare tra soluzioni, forse, non sempre da lui condivise. Ovviamente opino!

Ho fin qui trattato il tema delle innovazioni in Curia essenzialmente evidenziandone il profilo delle ricadute personali. Vorrei, ora, provare a considerare temi più generali, sempre nei limiti delle mie conoscenze e competenze.

La questione che mi sembra abbia occupato ed occupi l’agenda civile e vaticana riguarda i “gay”.

La proposta legislativa in corso prevede l’aggravamento delle pene se a subire il danno, l’affronto è un gay.

Il provvedimento, mi domando, non sospinge gli omosessuali verso una «riserva», piuttosto che lasciarli vivere come essere liberi? Infatti, almeno io non capisco perché l’uccisione di un essere umano gay debba essere più grave, orrenda direi, dell’assassinio della propria madre o del proprio figlio.

Ho letto il plauso al Santo Padre per aver infranto il “tabù” dei gay nella Chiesa. A me non sembra che ci sia mai stata preclusione per gli omosessuali; la Chiesa ha sempre sostenuto il loro diritto a partecipare alle liturgie invitando tutti, quindi etero ed omo, a rispettare i fondamenti della dottrina cristiana.

Qui vorrei fermarmi a riflettere da “laico cattolico”.

In tale veste mi sembra che l’indirizzo di vita debba essere assunto dal Vangelo, come ci è stato insegnato da tanti Santi, tra cui San Giovanni Paolo II. A me pare che due sono gli insegnamenti fondamentali da cogliere: il superamento dell’egoismo; il non dare scandalo.

Entrambi gli aspetti possono essere considerati limitazioni all’agire gay. Infatti, questi debbono rinunciare alla paternità-maternità e, quindi, anche alle adozioni.

Se è giusta o meno questa interpretazione non sta a me deciderlo, è certo, però, che non si fa alcun bene ad un bambino ponendolo di fronte a due padri o due madri, quando, almeno per ora, i loro coetanei hanno un padre ed una madre. Per tali motivi si chiede agli omosessuali di non avere un comportamento egoista, rispetto alla loro scelta amorosa, non chiedendo ciò che la natura nega. Da qui, il diniego della Chiesa alle adozioni gay, purtroppo ignorato dalla normativa civilistica di molti paesi tra cui l’Italia.

Non ho parlato dei matrimoni gay, oggi in numero crescente, al contrario degli etero, che sembrano sempre più prediligere la convivenza, rispetto alla famiglia.

Riprendo il tema della rinuncia, ricordando a tutti la sofferenza di chi nasce portatore di handicap o contrae malattie degenerative incurabili. Si tratta di persone obbligate alla rinuncia, nonché alle sofferenze nelle quali sono spesso unite nell’area familiare che nutre per loro un affetto grande di tipo genitoriale o filiale.

Questi soggetti non hanno scelto le rinunce ma le stesse sono loro imposte dallo stato della vita, e ciò è ben diverso dalla rinuncia conseguente ad una libera scelta gay.

Quanto all’altro aspetto sul quale aleggia il diniego del Vangelo: non dare scandalo, va considerato l’intero armamentario del «gay pride». Essere omosessuale è un dato di fatto sul quale nessuno, come detto, intende interferire. Però esibire lo stato gay nelle forme più trucide per impressionare, convincere anche i più giovani è contro il Vangelo, poiché significa dare scandalo e questi atteggiamenti vengono correttamente stigmatizzati dalla Chiesta, almeno da quella che si riferisce al Vangelo e ritiene che nessuna parola che proviene da Dio debba cadere.

Al riguardo, mi piace citare quanto ho sentito da un celebre cantante-compositore, tutt’altro che cattolico. Questi difendendo un collega gay che si era presentato ad una celebre sagra canora con una pelliccia di visone ed era, perciò, stato emarginato, disse che non si poteva e doveva stigmatizzare l’individuo perché gay, ma rispettoso delle regole del vivere civile, mentre, secondo lui, andavano respinte le «checche» espressione di una non condivisibile esibizione omosessuale.

In argomento, non posso trascurare l’appassionata battaglia della senatrice pro «gender», che nega l’indicazione del sesso alla nascita, per vedere la confusione nell’età dell’asilo, fino alla scelta successiva. Ma chi ha eretto costei a negatrice della natura, a portatrice di gravi turbamenti psicologici nei bimbi, che sono per loro natura configurazioni di purezza?

C’è chi osa rispondere, anche nella Chiesa, che si tratta di un’evoluzione moderna rispetto alle consolidate credenze. Io non ho parole diverse da quelle che ho già usato, posso solo aggiungere che, a mio modesto giudizio, il Vertice della Chiesa Cattolica “non può e non deve” abiurare ai propri principi, che sono quelli espressi dal nuovo testamento e dalle sue più corrette letture.

Vorrei concludere questo capitolo dando una risposta all’appello che lo qualifica, ma non è facile. Penso che un ateo debba appellarsi alla sua coscienza per trovare la risposta corretta e qui mi sovviene il dialogo tra il presidente Pertini e Papa Giovanni Paolo II. Il primo afferma che essendo ateo risponde solo alla sua coscienza ed il secondo gli replica che coscienza è trascendenza.

Il cattolico, secondo me, deve trovare la risposta nel Vangelo e, qui, deve costantemente essere aiutato da chi ha il compito di interpretare e spiegare i sacri testi.

   

  1. Se sbaglio mi corrigerete, gridava un Santo, vorrei farlo anche io

 Ricordo quando Karol Wojtyla si è affacciato dal balcone del palazzo pontificio dopo essere stato proclamato Papa ed ha gridato, immaginando che il suo italiano non fosse corretto, «se sbaglio mi corrigerete», ma di ciò non c’è stato alcun bisogno mai, né per la forma né per la sostanza.

Se Lui, santo, ha espresso tale modestia, mi domando che dovrei fare io che non sono nessuno, eppure pretendo di dire la mia su aspetti complessi come quelli fin qui trattati.

L’esame di coscienza che faccio continuamente per valutare ciò che sostengo, mi conforta, poiché mi induce, da un lato, ad essere coerente con i principi nei quali credo e sono cresciuto e, dall’altro, ad essere aperto alle critiche o, comunque, all’altrui pensiero. Mi rendo conto che questa affermazione non sembra in linea con quanto ho esposto a conclusione del precedente capitolo, eppure, a mio parere, lo è. Infatti, io argomento su basi solide, almeno per un cattolico, altri sostengono tesi non motivate ma indicate come corrette semplicemente perché provengono da loro.

Mi auguro che il buon senso prevalga, ma allo stato pare farsi sentire solo chi «strilla di più».

E questo non appare segno distintivo dell’attuale pontificato, che, a differenza di quello del Papa Santo Giovanni Paolo II, sembra non voler contrapporsi alle tesi alle quali ho fatto riferimento. Eppure, come ho già detto, a mio modesto parere queste contraddicono la logica evangelica.

Le differenti posizioni dei due citati pontificati mi sembrano avere una tragica conferma in questi giorni, dove in Afganistan i Talebani hanno ripreso il controllo del territorio, approfittando anche del ritiro delle truppe statunitensi.

Si sta profilando una fuga di massa, che sarà fermata dalla furia talebana in modo barbaro, soffocando quel po’ di evoluzione civica che nel ventennio dell’occupazione occidentale aveva dato respiro soprattutto alle donne. Il Papa invita al dialogo, alla pace e prega perché tutto ciò si realizzi.

Ma se a suo tempo si fosse dato retta al grido di San Giovanni Paolo II, invece di cercare la «pistola fumante» di Saddam Hussein ed il “prurito” del petrolio non avesse stimolato gli USA, il disastro di una guerra infinita si sarebbe risparmiato.

Ora chi ha combinato la tragedia – iniziata, appunto, con la guerra all’Iraq - si ritira e nessuno rivolge ai colpevoli le giuste accuse per i danni socio-umanitari che hanno determinato.

Mi domando se ciò sia giusto!

   

  1. Si ritroverà la pace?

 La conclusione del secondo conflitto mondiale risale ormai a più di settanta anni fa e tutti avevamo, perché c’ero anche io bambino, fiducia che tragedie del genere non si sarebbero mai più ripetute.

La dimensione mondiale dei conflitti è stata in qualche modo rispettata, con la contrapposizione dell’URSS all’occidente filo americano e via dicendo.

Le guerre, però, non sono mai cessate, con particolare virulenza in oriente e medio oriente.

Spicca su tutte il conflitto del Vietnam con la potenza statunitense sconfitta da un piccolo popolo che difendeva identità socio-politica e confini nazionali. Proprio quella lezione ha indotto i cittadini USA a chiedere a gran voce il ritiro dalle loro truppe dai vari fronti dove erano impegnate, determinando attualmente il disastro in Afganistan descritto nel capitolo precedente.

La mia sommessa opinione è che il nucleo di tutti i conflitti debba essere ricercato nella soluzione adottata dopo il secondo conflitto mondiale per l’area della Palestina.

Le potenze vincitrici, infatti, si trovarono di fronte al popolo israeliano che aveva subito dall’oppressore tedesco le peggiori angherie, cosicché si sentirono in dovere di trovare una riparazione a tante cattiverie. Da ciò la creazione dello Stato di Israele e gli aiuti economici e sociali che fecero in poco tempo di questo una potenza indiscussa nel quadrante medio-orientale.

Tale sistemazione aveva, però, dimenticato che su quello stesso territorio viveva da sempre il popolo palestinese, lasciato negletto sul suo territorio rispetto al gigante Israeliano. Le due etnie entrarono subito in conflitto, iniziando una guerra che ormai dura da più di settanta anni, senza che nessuno sia mai concretamente intervenuto per sminarne i presupposti. I due contendenti hanno sempre avuto sponsor via, via impegnati nelle battaglie autentiche ed in quelle parlamentari o meglio nelle assise internazionali. C’è chi si è avvicinato di più e chi di meno alla ricerca di una pace duratura, ma, purtroppo a questa non si è mai giunti.

Sostengo che lo scontro, comunque espresso, tra israeliani e palestinesi sia, dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, il fuoco o la cenere da cui sono dipanati gli incendi che hanno impegnato proprio quegli sponsor ai quali facevo riferimento. Il sostegno all’uno piuttosto che all’altro confinante in un contesto di interessi contrapposti rispetto ai palestinesi ed agli israeliani ha alimentato la costante della guerra in medio oriente, con conseguenze terribili per la popolazione direttamente o indirettamente coinvolta nei conflitti ed i loro alleati.

Questi stanno mutando atteggiamento, come riferito nel capitolo precedente, e ciò non riguarda solo la più recente decisione USA di ritirarsi, per esempio dal conflitto afghano, ma la loro scelta politica di abbandonare la posizione di primo alleato dello Stato di Israele.

Ritengo che tale atteggiamento possa farsi risalire addirittura alle tre amministrazioni USA precedenti all’attuale, con effetti importanti sui governi israeliani e sui conseguenti rapporti con i palestinesi.

È un dato di fatto che il mondo appare di nuovo caduto in un baratro, con i signori della guerra che si arricchiscono e le popolazioni che si disperdono rispetto alle proprie peculiarità sociali, essendo costrette a fuggire alla ricerca di pane e sopravvivenza.

La Chiesa invita alla preghiera ed alla solidarietà con quanti soffrono per le ragioni esposte, purtroppo questo è bellissimo ma non basta, perché occorre avere il coraggio di aggredire le ragioni del descritto nucleo genetico di quanto oggi verifichiamo, alzando la voce nei confronti di chi è causa dei conflitti di cui soffrono migliaia di persone, probabilmente destinate ad aumentare.

Oggi si levano numerose le critiche agli statunitensi perché hanno ritirato i loro contingenti dall’Afghanistan, senza aver portato pace e democrazia in quel Paese durante l’occupazione loro e dei loro alleati, compresa l’Italia, durata venti anni. Certo quanto sta accadendo e probabilmente accadrà in quell’area è deplorevole e genera e genererà lutti, dolori infiniti ed un ritorno ad un Governo ispirato dai tagliagole Talebani.

Ma perché nel periodo citato chi era andato lì per ripristinare la democrazia superando la gabbia delle peggiori regole coraniche non è riuscito nell’intento, dispiegando le energie per addestrare polizia e militari locali, peraltro senza riuscire neanche in tale obiettivo?

Non mi so rispondere, se non per constatare che nessuna missione umanitaria può essere armata e pronta a disperdere i suoi effettivi in battaglie più o meno cruente. Questo, purtroppo, è proprio quello che è accaduto in Afghanistan, dove hanno perso la vita, in quella cosiddetta missione di pace, anche cinquantatré nostri militari.

Tutto ciò non sembra collegabile alle ragioni dalle quali mi sono mosso per avviare questo capitolo.

Non sembra, infatti, che lo scontro israelitico-palestinese abbia un nesso su quanto oggi verifichiamo nella tormentata regione afghana, eppure io non credo che «grattando» la superficie quel nesso non si trovi.

Infatti, lo scontro con i talebani che escono, poi rientrano ha un substrato religioso, espresso da interpretazioni opposte del Corano, le più estreme delle quali inneggiano alla lotta ai cristiani, piuttosto che agli israeliti, nonché agli stessi musulmani tiepidi o più correttamente definibili moderati.

Se così è, e non mi sembra ci possano essere interpretazioni diverse, è corretto ricercare il nucleo delle ostilità post seconda guerra mondiale nella mancata soluzione della Palestina tra i due legittimi titolari di quel territorio. Quindi, anche se il tempo trascorso è tanto, il nucleo di tutti i conflitti risiede nel non aver a suo tempo risolto un problema, che si porta dietro, malgrado le apparenze settanta anni di scontri armati.

Se ho ragione, o perlomeno le mie argomentazioni esprimono un barlume di verità, posso rispondere all’interrogativo che dà il titolo a questo capitolo: si, si potrà trovare la pace se lo si vorrà.

La Chiesa cattolica è da anni che, superati gli steccati con Israele, cerca il dialogo con quest’ultimo, organizzando incontri e manifestazioni di ogni tipo per richiamare tutti i popoli alla fede e, quindi, al comportamento corretto con il senso profondo di quest’ultima.

La mia impressione, al riguardo, è che i Palestinesi siano stati lasciati al margine di tali iniziative ed abbiano, perciò, reagito, in qualche caso, anche con violenza.

Tale aspetto, se corretto, è inaccettabile e va combattuto attraverso la ricerca del dialogo. In tale contesto cito l’azione del Cardinale Scola che con le sue iniziative ha sempre cercato e cerca il dialogo a partire da quelli che potremo definire i musulmani moderati. Purtroppo, però, il suo agire è rimasto isolato, anche nella Chiesa, che non ha ritenuto, almeno nel papato attuale, di riconoscere alle iniziative del citato porporato il sostegno di cui ha bisogno.

In conclusione, la pace appare, specie in questo momento, lontana, ma si potrà realizzare se tutte le componenti che agiscono con autorità nel governo del mondo sapranno concentrarsi sulla ricerca delle ragioni che inducono alla stessa, superando interessi egoistici a sostegno di questa o quella tesi.

È una visione un po’ simile a quella espressa dalla ricerca del clima non distruttivo, speriamo che, anche per la pace, l’interesse collettivo prevalga su quello edonistico.

  

  1. C’è qualcuno che condivide le mie afflizioni?

 Fin qui ho esposto senza alcun infingimento le mie opinioni sui vari temi che ho affrontato.

Più volte, mentre dipanavo i miei ragionamenti, mi sono domandato ed ho domandato se quanto andavo sostenendo era condiviso o meno.

Ora che mi avvio alle conclusioni quell’interrogativo mi si ripropone più forte che mai.

Ho detto tante volte che so vivere in perfetta solitudine con le mie idee, ma ciò non toglie che proponendo varianti all’agire che ci circonda ed in contrasto a tante scelte attuate da parte di chi comanda, non sia indotto a verificare quanti convengono o dissentono rispetto ai miei ragionamenti.

Probabilmente non lo saprò mai, perché ritengo che avrò il consenso degli amici che mi seguono da sempre, ma, purtroppo, si tratta di una minoranza che, da sola, non ha la forza di incidere.

In vero, quella forza fin’ora non ho dimostrato di averla neanche io, poiché tutto ciò che ho sostenuto è caduto nel vuoto, anche se il tempo ha dimostrato a posteriori la positività di molte delle mie opinioni.

Un amico sacerdote, al quale confessavo le mie angosce per essere ormai da tempo ignorato, mi ha incoraggiato a perseverare nelle mie convinzioni avendo sempre cura di fare l’esame di coscienza per valutarne la correttezza.

L’ho fatto sempre ed in questo scritto in modo particolare, perché avevo un grande desiderio di capire se la mia estromissione da consultore fosse corretta rispetto a chi è stato chiamato a sostituirmi.

Spero di sì, anche se i confronti che ho fatto non mi hanno convinto, al pari delle pseudo innovazioni, di cui ho parlato, che non hanno fatto per niente proseguire il cammino della dottrina sociale della Chiesa nella società moderna.

Sto anche soffrendo nell’attuale ruolo di consigliere di amministrazione della Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, al quale mi ha chiamato un anno fa circa il Cardinale Segretario di Stato. Infatti, constato che nessun credito viene dato alle mie proposte, rispetto a quello riservato ai consulenti nominati dallo stesso Cardinale, ai quali, però, non ho mai sentito proporre un’azione effettiva.

Ho accettato, comunque, l’invito a non lasciare la predetta carica, svolgendo il compito secondo le mie convinzioni per dare sempre un contributo alla direzione del Nosocomio.

In un’ottica più allargata, avverto sempre più profonda l’incomprensione rispetto a molte decisioni attribuite al Vertice della Chiesa.

Di tante ho già fatto cenno, ma una nuova pare incombere in queste ore. Si tratta della previsione del Pontefice di modificare la costituzione apostolica per stabilire il principio che il Papa possa lasciare il suo incarico dopo il quinto anno di pontificato.

Questa ipotesi mi raggela, poiché ho sempre creduto che il “Vicario di Cristo” dovesse svolgere il suo compito terreno fino a quando non venisse chiamato in cielo. Infatti, non è pensabile, almeno per me, che il compito di un pontefice sia assimilabile a quello di un impiegato, ancorché con ruolo dirigenziale.

Ho già commentato, al riguardo, negativamente la scelta di Benedetto XVI, che, probabilmente, ha dato la “stura” con la sua decisione all’ipotesi del diritto alle dimissioni al quale ho fatto cenno.

L’idea di un Papa con un compito assimilabile a quello di un qualunque dirigente mi fa soffrire, rendendomi incomprensibile l’insegnamento evangelico ed ancor prima quello di Gesù Cristo. Perché un Papa dovrebbe lasciare la sua missione? Perché è stanco o perché è malato, ma nessuna di queste cause mi sembra che giustifichi l’onere che si è assunto prendendo su di sé la Croce di Cristo. Il comportamento diverso delude i fedeli che guadano al Vicario di Cristo per cercare conforto e la forza per superare le debolezze che la vita impone loro.

Bene, io sono uno di questi: ho bisogno di seguire il Vangelo nell’insegnamento che costantemente ci hanno proposto Papi come Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, i quali hanno dedicato tutta la loro esistenza caratterizzata da tanti gravi dolori, alla Chiesa, non facendo mai mancare a nessuno l’insegnamento contenuto nelle parole di Dio.

  

  1. Conclusioni

 Vorrei concludere queste mie considerazioni con il richiamo che da il titolo al precedente capitolo: c’è qualcuno che condivide le mie afflizioni?

Queste, come ho cercato di spiegare, sono il portato dell’insoddisfazione per quanto ci viene propinato da qua ed al di là del Tevere.

Io credo che chi auspica il bene non può che respingere la cultura della guerra, con quanto ne consegue, né una Chiesa ispirata ad un comodo modello laico. Purtroppo, la mia sensazione, come ho cercato di spiegare, è proprio quella di vivere in un tempo dove manca o per lo meno è carente l’indirizzo etico nelle scelte di chi è stato preposto alla guida di popoli, ancorché diversi per genesi, cultura e religione.

L’etica sostantivo, alla quale mi sono riferito nel mio scritto “Strutture aziendali nel mercato globalizzato” del 2007 mi pare un mito che non impegna chi dovrebbe conseguirlo.

Io ne soffro, perché faccio discendere da tale atteggiamento tutto il male che ci circonda, a partire dalla genesi che risale al conflitto israeliano-palestinese. Quest’ultimo, proprio in questi giorni se sono valide le informazioni di stampa, ha evidenziato un impensabile focolaio collaterale scaturito da un’osservazione del Papa sulla Torah, che ha scatenato la reazione israeliana con richiesta di chiarimenti del Rabbino al Papa.

Mi chiedo perché non si cerchi veramente la pace, anche oltre il crepitio delle armi, ma si continui ad alimentare conflitti di ogni specie. È il momento di chiudere queste lamentele, chiedendo a chi legge se sono un mitomane o un soggetto le cui sensazioni sono corrette e, quindi, va aiutato a trovare condivisioni per arginare la nefasta prospettiva che ci aspetta.

Claudio Bianchi