Mercoledì, 25 Maggio 2022

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Il pensiero di un nonno che per mestiere ha fatto e fa il professore ed il professionista

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Sommario

  1. Oggi-ieri: giovani-vecchi
  2. Oggi-domani: presente-futuro
  3. Qualche riflessione conclusiva: chi siamo; dove siamo, dove andremo

 

  1. Oggi-ieri: giovani-vecchi

 Oggi il tema che tutti sono chiamati a svolgere riguarda il COVID e la pandemia che ne è derivata. Questa ci obbliga con crudezza a comportamenti finalizzati al contenimento dei contagi, spesso svincolandosi dalle iniziative cliniche che gli specialisti si impegnano a ricercare ogni giorno. L’effetto del virus non sembra, nella sua evoluzione, differenziarsi tra giovani e vecchi, ma tra indeboliti per altre patologie e, quindi, statisticamente colpisce più gli anziani con malattie pregresse. Peraltro, la variante Omicron sta interessando i bambini, motivo per il quale i clinici invitano a vaccinarli per fornire loro una protezione rispetto a possibili pericolose complicanze.

In merito alla quotidianità, l’effetto maggiore della pandemia ricade sui giovani che, in età scolare, sono tenuti lontano dalla tradizionale scuola in presenza per evitare i contagi, favorendo le lezioni a distanza. Gli adulti che possono lavorare lontano dal posto di lavoro sono invitati o addirittura obbligati a svolgere il proprio compito a distanza. I vecchi, ovviamente, sono fuori da tali alternative; io come membro della categoria non capisco perché non si cerchi una soluzione che consenta di proteggere al meglio dalle condizioni di contagio. Mi spiego, premesso che sono stato sempre un nemico delle università a distanza ed in genere di tutte le forme che impedivano all’allievo di colloquiare con il docente, oggi mi chiedo perché non si ha il coraggio di fermare le scuole in presenza per il tempo necessario a sistemare le vie di comunicazioni per raggiungere i siti scolastici; perché non si attivano i divieti di assembramento con mezzi seri per efficacia e quant’altro possa servire a tornare tra 15/30 giorni in aula con un margine adeguato di tranquillità

Leggendo ed ascoltando mi rendo conto che non sono solo a sostenere tale proposta, ma chi la respinge è la bieca politica che pensa al mazzetto di voti che perderebbe se ci fosse di nuovo un fermo: la salute dei cittadini è per costoro un optional trascurabile.

Il sottoscritto, che sarà pure vecchietto, ma non ancora rimbambito, prende atto che il nostro Presidente del Consiglio convoca i suoi ministri e fa conferenze stampa sostenendo che c’è la ripresa e bisogna non chiudersi per nullificarla e soprattutto non deve fermarsi la scuola in presenza.

Peccato che vedo in TV torrenti, fiumi che trasportano auto, case e, purtroppo, anche persone, mentre non si programma nulla per salvaguardare il territorio e con esso le ricchezze che lo correlano.

Quel che conta è come impiegare, quando e se ci saranno, i fondi europei per la ripresa!

L’altro argomento che fa fibrillare vertici e gregari della cosiddetta politica è l’elezione del Presidente della Repubblica.

Su tale tema non si evidenzia, per le ragioni connesse all’età dei possibili partecipanti diretti o indiretti alla contesa, un contrasto generazionale, cosicché tutto ruota intorno alla volontà ed alle aspettative degli attuali politicanti in carriera o vogliosi di esserlo.

Mi sembra inutile commentare le diverse posizioni dei predetti aspiranti o dei loro sostenitori, mentre, per età, soffro al pensiero che quanti ora si propongono o vengono proposti per la carica inducono a rabbrividire, ovviamente se ancora si crede che quel ruolo dovrebbe essere ricoperto da una persona dotata dei necessari attributi morali, culturali, intellettuali non mascherati dalle investiture contingenti.

In conclusione, mi piacerebbe vedere ricostruito il rapporto tra giovani che riflettono su quanto li circonda, senza rinunciare alle loro aspirazioni, avendo il piacere di confrontarsi con quanti hanno superato decenni di esperienza e possono, perciò, fornire un bagaglio da cui prelevare per un domani migliore.

 

  1. Oggi-domani: presente-futuro

 Questo domani migliore è un’aspettativa a mio parere conseguibile se si ha il coraggio di affrontare la realtà. Mi spiego: dobbiamo smetterla di considerarci i più belli, i più bravi, i più intelligenti, avendo contezza che non siamo un popolo eletto, ma un aggregato di persone, tra le quali, certamente ci sono alcune realtà eccezionali, che sono appunto rarità. Purtroppo, come ho avuto occasione di sostenere in altri scritti, sono in molti a non condividere la mia tesi, dipingendoci come fenomeni o quasi.

La realtà, però, ci mostra un’Italia diversa, probabilmente ben agghindata in superficie ma piagata dalla malavita, con uno scarico di risorse imprenditoriali a vantaggio di acquirenti esteri, con pochi mezzi per cultura, innovazioni, giovani, con deboli strutture ambientali, politiche ed amministrative.

Se i vecchi non riescono a fare uscire il bel Paese dal pantano, il compito di riuscirci è dei giovani. Questi, però, come raccomandavo quando ero in ruolo, non debbano farsi abbacinare dalla terribile triade “politica-potere-denaro”, perché se seguiranno questa strada saranno vecchi in senso deteriore e non giovani disposti a soffrire per cambiare. Ciò postula il credere nei valori, saper ispirare le proprie vite all’etica, non vergognarsi mai di essere all’opposizione rispetto alle mode imperanti, ispirante al mero guadagno piuttosto che a quel successo che fa bene al prossimo prima che a se stessi.

I giovani, secondo me, hanno un ruolo primario per la transizione dall’oggi al domani, ma ne debbono sentire il peso, che non corrisponde al tema dibattuto tra le attuali forze politiche: come impiegare i mezzi che attendiamo dall’Europa, bensì all’impegno per la conservazione e lo sviluppo del nostro patrimonio artistico e naturale. Ciò significa strutturare imprese in grado di affrontare con le nuove tecnologie tale ruolo, impiegando giovani disposti a ricoprire i vari incarichi, che concernono inevitabilmente lavori intellettuali e materiali, ma entrambi di levatura ed irrinunciabili per lo sviluppo vero del Paese.

È necessario, al riguardo, che lo Stato svolga il suo ruolo di cambiamento ed indirizzo, togliendo all’“antistato” la possibilità del proselitismo, che tanti lutti ha comportato e comporta proprio tra i giovani e le loro famiglie.

Da ex giovane, ripeto che le brigate rosse non hanno fatto breccia nel tessuto sociale perché non hanno avuto nulla da offrire ad una società affamata, a differenza della criminalità organizzata che si è, invece, impegnata su tale aspetto, risultato determinante per il proselitismo.

Se questa è la situazione di oggi è evidente che il domani è nella disponibilità dei giovani, che debbono vestire panni diversi da quelli attuali per impegnarsi nel senso sopra descritto. La strada che li aspetta è lunga e difficile da percorrere, ci vuole forza, intellettuale prima che fisica, disponibilità ad affrontare angherie da parte di chi difenderà il suo orticello ed una grande voglia di vincere attraverso un comportamento costantemente ispirato al «bonum honestum».

Se tale generazione ci sarà, avremo un futuro, altrimenti ci troveremo sempre a dibatterci nella squallida mediocrità di una classe politica avvilente.

  

  1. Qualche riflessione conclusiva: chi siamo; dove siamo; dove andremo

 L’idea di concludere queste considerazioni cercando di rispondere alle domande: chi siamo, dove siamo, dove andiamo mi sembra un pertinente epilogo di quanto esposto.

Al primo quesito la risposta è ambigua, poiché, come detto, la mia opinione che non siamo un gran popolo non è condivisa dai più, soprattutto da chi conta per l’alta carica che ricopre.

La mia non è l’opinione di un flagellatore, di un “bastian contrario”, di uno che non ama il proprio Paese, ma di una persona che studia, osserva i comportamenti e ne deduce gli effetti.

Non è senza significato che il meglio del Paese venga espresso sempre da chi svolge senza clamore il proprio dovere tenendo in piedi le sorti dello stesso. Alludo, con riferimento alla sanità a medici, infermieri, tecnici i quali, non curanti dei rischi personali, svolgono con intelligenza e dedizione il loro lavoro. Certo costoro non sono tutti i giorni a pontificare in televisione in questo o in quel talk show, spesso sconcertanti per quanto e come informano gli utenti. Se il malato guarisce è merito di chi con dedizione e vera competenza lo cura e non dell’affabulatore che si prodiga nei programmi TV.

Costoro non si impegneranno mai per programmare, sapendo che tale impegno può «frenare» potenziali elettori ai quali, i mediocri politici, non sono e non possono rinunciare, perché, non avendo principi e finalità connessi agli stessi, è per loro importante il potere che traggono dal ruolo politico, non sapendo, peraltro, fare alcun mestiere.

Devastante è stato per me seguire il 10 gennaio la conferenza stampa del Presidente del Consiglio, che ignorando talune domande ha concentrato le risposte su temi trattati senza approfondimento. È parso evidente il suo anelito ad essere ancora invocato come uomo della “provvidenza” chiamato, ora, alla carica di Presidente della Repubblica. A mio parere non è un comportamento da grand’uomo, che pone l’etica quale sua stella polare, ma io, che sostengo ciò, sono solo un “vecchietto” poco incline al bicchiere mezzo pieno, mentre i nostri leaders politici dall’alto della loro cultura, intelligenza ed esperienza sanno come si guida, …fuori strada, un Paese.

In conclusione, siamo come una squadra con potenzialità che “l’allenatore” non comprende e, quindi, non fa esplodere, motivo per cui l’iniziativa è troppo spesso individuale e ciò non è sufficiente per svolgere un ruolo primario nell’attuale complesso mondo globalizzato.

Tale considerazione innesta la seconda domanda: dove siamo? In un contesto nel quale il Paese non riesce ad affermarsi con un ruolo di leader, anche se è accolto bene in Europa ora da questo ora da quel paese che ritiene utile l’alleanza contingente con Noi.

Non dobbiamo mai dimenticare, al riguardo, che il Buon Dio ci ha collocato geograficamente in una posizione strategica, e non solo per l’Europa.

Partendo da qua, si può cercare la risposta al «dove andremo». Le mete sono solo due: il baratro morale, intellettuale, sociale ed economico; il riscatto per l’affermazione completa di un popolo rinnovato.

Quest’ultima ipotesi, postula il coraggio di riconoscere con umiltà chi siamo e dove siamo per trovare la forza del riscatto, che deve partire dalle nostre risorse naturali ed intellettuali, mescolandole alla preminenza di un comportamento etico che sappia riportarci ai fasti della “Roma repubblicana”.

Non so se ce la faremo, perché vuol dire annullare la governance attuale per rifondarne un’altra che, allo stato, non sembra emergere, poiché non si intravedono personalità che, incuranti del loro orto, sappiano impegnarsi collettivamente per il progresso del Paese.

Claudio Bianchi