Qualche riflessione sull’“impresa bancaria”

Sommario

  1. Dalla banca intermediatrice alla banca «impresa».
  2. Rischio d’impesa e tutela del risparmio.
  3. Dietro il paravento della tutela del risparmio, la protezione dal rischio d’impresa.
  4. Considerazioni conclusive.

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  1. Dalla banca intermediatrice alla banca «impresa»

Quando, nell’altro secolo, studiavo all’Università tecnica bancaria, i Maestri dell’epoca insegnavano che la banca era l’unica azienda in grado di svolgere la propria attività pur non disponendo di capitale proprio.

Motivavano tale assunto con riferimento all’attività bancaria, quale intermediatrice tra i risparmiatori ed i prenditori di capitali per esigenze personali o delle imprese che gestivano. Quindi, il fulcro dell’equilibrio gestionale era la correlazione tra la raccolta del risparmio e l’impiego dello stesso, in quanto quest’ultima attività doveva essere esercitata con modalità e termini idonei a garantire sempre ai depositanti la possibilità di ritirare quanto affidato alla banca.

Nel contesto operativo descritto, appare evidente che, effettivamente, il capitale proprio o di rischio non era tecnicamente necessario.

Non casualmente, però, il ragionamento trova il suo presupposto nella parola impiego, giacché questo significa utilizzo della raccolta con modalità idonee per assicurare ricavi in misura adeguata alla copertura dei costi di quest’ultima, e cioè degli interessi dovuti ai depositanti, nonché degli altri oneri connessi con la struttura organizzativa della banca. Coperti tutti i costi, doveva rimanere un residuo espressione del guadagno o profitto della banca.

Questa, con l’andare del tempo, ha aggiunto agli impieghi gli investimenti, i quali non dovevano essere finanziati dalla raccolta ma da mezzi propri. Così non è stato e non è, motivo per cui l’Autorità di Vigilanza è intervenuta ed, a tutela dei depositanti, ha imposto una misura idonea di capitale proprio, espresso in una formulazione particolare chiamato, non a caso, “patrimonio ai fini di vigilanza”.

Nel computo di tale patrimonio rientrano, infatti, anche i fondi rischi su crediti e dovrebbero trovarvi ubicazione anche tutti gli altri costituiti a fronte di rischiosità, come quella derivante da titoli con potenziale perdita di valore, nonché i cosiddetti “derivati”.

In altri termini la «vigilanza» non si contenta del capitale sociale previsto dalla normativa civilistica, ma richiede un “patrimonio netto” che esprima un’idonea garanzia per coloro che affidano i propri risparmi all’istituzione creditizia.

L’attenzione alla gestione aziendale si è fatta via, via più stringente mano a mano che le aziende di credito acquisivano la peculiarità di imprese finanziarie in luogo dell’originaria funzione di mera intermediazione tra chi aveva capitali in eccesso rispetto alle proprie contingenti necessità e chi cercava capitali per i propri fabbisogni.

Il mutamento del ruolo delle banche si è ulteriormente accentuato nel tempo, tant’è che le stesse sono divenute investitori immobiliari, gestrici di partecipazione in società di assicurazioni, di servizi, tra i più disparati, ed in tutti i settori economici e finanziari.

Nel turbine di tali molteplici attività si sono distinte, ovviamente, le banche di maggiori dimensioni, operanti anche nei mercati esteri dove questa operatività «universale» nella qualità era già in atto. Le aziende di credito di minori dimensioni hanno pericolosamente seguito l’esempio delle maggiori, correndo rischi più elevati non avendo organizzazione e strutture adeguate.

Così si è anche manifestato il pericoloso rapporto della banca controparte del proprio depositante nelle negoziazioni di derivati ed in genere di titoli ad altissimo rischio, fatti apparire interessanti per il loro elevato rendimento.

La logica dell’impresa vocata al profitto è penetrata nella mentalità del manager bancario, il quale, abiurando spesso all’originaria vocazione sociale del credito, ha cercato, con fusioni ed accordi la dimensione più favorevole al suo obiettivo.

Probabilmente, l’accennata modificazione era inevitabile, come insegnano i Paesi con una finanza particolarmente evoluta ed aggressiva, ma nel prendere atto di ciò si impongono talune riflessioni.

La legge per la tutela del risparmio emanata in Italia nel 1926, la successiva legge bancaria del 1937 fino al Testo Unico della Finanza (TUF) e successive modificazioni hanno un filo conduttore che si collega al primo titolo: tutela del risparmio. Infatti, anche la normativa più recente che indica modalità tecnico-comportamentali per la gestione delle aziende finanziarie è finalizzata a regolare il mercato dei capitali, affinché non subiscano danni i risparmiatori che alimentano lo stesso.

La tutela del risparmio rimane, quindi, la stella polare della normativa, anche della più recente e cioè quella successiva alla presa d’atto delle difficoltà, per non dire crisi, in cui versavano tante banche nel nostro Paese. Da qui il Fondo Atlante (2016), il Fondo di risoluzione (2015, derivato dalla Direttiva Comunitaria BRRD) e gli interventi nelle crisi bancarie, avendo sempre come obiettivo primario la tutela dei risparmiatori.

Pur plaudendo alla citata finalità di fondo dei suddetti provvedimenti, è lecito chiedersi: se la banca è un’impresa a tutti gli effetti, inevitabilmente tra questi c’è il rischio d’impresa che, poi, altro non è se non il rischio di mercato, con la conseguenza che se è sopraffatta da quest’ultimo per incapacità gestionale o per altre cause, dovrebbe avere la stessa sorte di tutte le imprese operanti in un qualsiasi altro settore economico.

 

  1. Rischio d’impresa e tutela del risparmio

La riflessione conclusiva del paragrafo precedente non mi sembra possa comportare obiezioni, se non facendo riferimento alla specifica incidenza sociale della gestione bancaria, in quanto legata alla raccolta del risparmio.

Se si estremizza quest’ultimo aspetto, la conseguenza è che la conduzione dell’impresa bancaria è fortemente condizionata dalla responsabilità sociale legata, appunto, alla raccolta e gestione del risparmio. Ciò significa che i piani gestionali, la loro esecuzione, il controllo degli stessi necessita della massima cura, vale a dire di team professionali estremamente preparati e con una particolare attenzione al rispetto dell’etica.

In sostanza, l’impresa in questione ha un contenuto sociale peculiare, rispetto alle altre, per le quali l’impegno sociale primario concerne l’aspetto occupazionale.

Assodato ciò, si può immaginare di isolare la citata peculiarità e considerare l’impresa banca assimilabile a qualsiasi altra impresa di servizi, piuttosto che manifatturiera o mercantile.

Ne consegue che, seguendo tale ragionamento, l’impresa bancaria dovrebbe essere assoggettata a tutte le conseguenze alle quali sono sottoposte le altre in caso di crisi. Stressando tale considerazione si deve concludere che la banca può fallire alla stregua di ogni altra tipologia aziendale.

È facile obiettare che anche per l’azienda di credito è prevista una procedura analoga al fallimento, la liquidazione coatta amministrativa, che si distingue da quest’ultimo perché l’Autorità che vi sovraintende è quella di Vigilanza bancaria e non un magistrato a ciò delegato. L’obiezione è fondata e la peculiarità della procedura di liquidazione obbligatoria è certamente legata all’interesse sociale che caratterizza ogni banca. Non casualmente, infatti, l’Autorità di Vigilanza è sostanzialmente la stessa che, proprio per le ricordate peculiarità sociali, la controlla nella normale attività e se rileva scostamenti dai canoni della corretta gestione la sottopone alla procedura di amministrazione controllata, sostituendo con esponenti di sua fiducia gli amministratori ed i sindaci in carica.

Lo scopo di detta amministrazione è quella di riparare gli errori, omissioni o, peggio, ai comportamenti truffaldini dei gestori coperti o comunque non rilevati dagli organi aziendali di controllo. Se tale finalità non viene raggiunta, gli amministratori straordinari hanno il dovere, motivando, di chiedere la liquidazione coatta amministrativa.

L’osservazione empirica, inevitabile per ogni settore scientifico che deve saper trarre da essa i contenuti concettuali, ci presenta l’attivazione di varie amministrazioni straordinarie concluse con operazioni che hanno salvato la banca in crisi, quali fusione, cessione ad istituti più grandi ed, in qualche caso, con un autonomo ritorno in «bonis» dopo il superamento delle disfunzioni che, in tale caso, risultano essenzialmente di tipo organizzativo.

La stessa attenta osservazione in retrospettiva e, soprattutto concentrata nel presente, evidenzia, con il proliferare delle complicazioni economico-finanziarie anche in banche di grandi dimensioni, ogni sforzo dell’Autorità preposta per evitare la liquidazione e, quindi, la chiusura delle banche in crisi. Ciò ha comportato l’«invenzione» del processo di risoluzione con tanto di organismo preposto e la costituzione dell’omonimo fondo, di cui ho fatto cenno in precedenza. Non si tratta di un’iniziativa italiana, poiché tutto è fatto in derivazione della direttiva europea cosiddetta BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), ma ciò non esime dall’analisi della situazione nazionale e dalla specifica attivazione che in relazione alla stessa è stata data.

Al riguardo, occorre riprendere quell’aspetto sociale che, deliberatamente, avevo accantonato per concentrare l’attenzione sulla gestione dell’impresa che raccoglie risparmio, lo impiega unitamente ai propri investimenti in questo ed in quell’attività finanziaria e di altra natura, al fine di trarre da tutto ciò un profitto con il quale remunerare il proprio capitale, dopo aver proceduto al servizio del “prestito” acquisito dalle varie categorie di risparmiatori e coperto ogni altro onere aziendale.

I canoni per procedere nell’alveo di una corretta e proficua gestione sono quelli da sempre indicati dalla dottrina economico-aziendale e seguiti dalla migliore prassi operativa, al pari degli strumenti da attivare per definire, controllare ed, eventualmente, correggere l’indirizzo gestionale.

Il gestore di un’azienda, qualunque ne sia la dimensione, la complessità, l’area operativa deve avere coscienza dell’impegno sociale che l’organizzazione e l’attività aziendale comportano. Tra questi si segnala, in «primis», l’occupazione negli aspetti quantitativi e qualitativi, come si lavora in azienda, e, poi, tutti quelli che legano detta attività al suo ambiente esterno, contrasto all’inquinamento sotto i vari possibili profili.

Ogni impresa, peraltro, ha debiti che deve onorare in termini di rimborso e di remunerazione rispetto alla specifica tipologia degli stessi e tutte, indistintamente, corrono il rischio di impresa ovvero di mercato.

La banca, come già osservato, ha una specifica tipologia di impegno sociale riveniente proprio dalla sua originaria attività di intermediatrice tra chi le conferisce il proprio risparmio e chi le chiede prestiti per le proprie esigenze. Tali peculiarità comportano l’obbligo di generare quella specifica fiducia che induce, da un lato, il risparmiatore ad affidare alla banca i suoi risparmi e dall’altro, il richiedente prestiti a riconoscere nella stessa un’istituzione capace di comprendere e valutare le sue esigenze.

Lo specifico impegno sociale, rispetto a quello indicato per tutte le altre tipologie di imprese dal quale, peraltro, non è scevra, la sottopone ad una specifica vigilanza pubblica mirata, di fatto, a tutelare chi conferisce capitali all’istituzione creditizia.

Ciò avveniva nella tradizione attraverso le varie tipologie di risparmio, per poi evolvere nella raccolta, cosiddetta indiretta, costituita dai capitali affidati dalla clientela alla banca per essere investiti in titoli pubblici, privati (obbligazioni ed azioni), quote di fondi ed altro, secondo lo specifico contratto sottoscritto dal cliente. Le esigenze autentiche o presunte, delle aziende di credito in chiave dimensionale e qualitativa hanno indotto le stesse ad una gestione sempre più impegnativa sotto il profilo finanziario, con la conseguenza che, fermo il controllo sul capitale ai fini di vigilanza, le stesse sono state obbligate ad aumentare il capitale proprio, nonché a ricorrere ai cosiddetti prestiti “mezzanino” o subordinati. Molti di questi titoli sono stati collocati presso la clientela, sollecitata a dare tale forma di investimento al proprio risparmio. Fin qui nulla da eccepire, se non che è arrivata la crisi del 2008, sono aumentate le sofferenze e peggiorati, fino al default, i conti economici, gli amministratori sono stati sostituiti al pari dei Collegi sindacali, rispettivamente, dai commissari straordinari e dai comitati di sorveglianza, nella logica dell’amministrazione straordinaria. Tutto ciò è regolarmente avvenuto a valle di ispezioni eseguite dalla vigilanza che ha individuato le carenze, a seconda dei casi, organizzative, gestionali o, peggio.

Qualsiasi altra tipologia di impresa di fronte ad una crisi economica avrebbe verosimilmente tentato una via di uscita cercando soluzioni per rimuovere le cause della crisi; se tali tentativi non avessero prodotto i frutti sperati, l’impresa sarebbe stata sospinta al fallimento e, di fronte ad un’accertata gestione disonesta, gli amministratori sarebbero incorsi nel reato di bancarotta. In genere l’istanza di fallimento è proposta dai creditori, pur osservando casi in cui la stessa è presentata dall’«imprenditore».

Nelle banche non è così, giacché i creditori tipici sono i depositanti, nelle forme ormai più diverse, e questi non reclamano i loro capitali, se non in casi particolarmente eclatanti oggi consegnati alla letteratura specializzata. Tutto ciò perché hanno fiducia nel fatto che la banca sarà salvata e con essa i loro risparmi.

Qualche fondata obiezione a tale assunto viene offerta dall’esame delle situazioni di crisi più recenti, dove si è vista la mobilitazione di risparmiatori e di associazioni di consumatori a tutela dei diritti dei primi. Tali diritti discenderebbero dalla sottoscrizione di titoli subordinati da parte di clienti “sprovveduti”, invitati a ciò da bancari che ne avrebbero aggirato la buona fede. L’uso del condizionale viene indotto dalla circostanza che non tutti i sottoscrittori risultano così ingenui e, comunque, incapaci di interpretare un prospetto informativo e valutare, quindi, il rischio connesso con l’investimento.

È, comunque, un fatto che l’Autorità sovraordinata alla tutela del risparmio sia intervenuta prima dell’entrata in vigore del «bail-in», cercando e trovando una soluzione per quattro banche in crisi irreversibile, indotta dai suoi crediti “non performing”.

In qualche modo, così, sono state salvate imprese bancarie sicuramente non gestite tenendo in dovuta considerazione il rischio di mercato, tradotto per loro in affidamenti concessi senza una corretta valutazione del rischio, reso ancor più evidente dalla crisi economica che attanaglia l’economia globale dal 2008.

Altro caso ancora più eclatante è quello di una tra le più antiche banche italiane, peraltro quotata in borsa, il cui salvataggio sarà realizzato con un intervento pubblico, mentre il titolo, ad onta dei fondamentali, è andato per giorni e giorni su e giù sospinto da una chiara attività speculativa che ha, evidentemente, arricchito gli artefici della stessa ed impoverito gli eventuali cassettisti-risparmiatori che i titoli di quella banca hanno o avevano in portafoglio.

Dalle indicazioni sinteticamente esposte deriva, a mio sommesso parere, il dilemma:

La seconda opzione non c’è dubbio che ha dato risultati eccellenti per i risparmiatori come per l’istituzione bancaria e, spesso, per gli stessi gestori di quest’ultima, anche se responsabili consapevoli dei danni arrecati.

Il panorama, però, sta cambiando o meglio è già cambiato sia per il perdurare degli effetti di quella crisi nata nel 2008 con il contributo determinante di banche statunitensi, sia per il mutamento in Europa delle modalità di controllo e di indirizzo del settore bancario affidato ormai alla Banca Centrale Europea.

L’insieme di questi aspetti e, soprattutto, la innegabile evoluzione della banca verso la peculiarità dell’impresa ritengo che spingano ad una seria riflessione sulla seconda delle due opzioni indicate.

La valutazione che deve supportare ogni scelta riguarda sempre l’analisi “costi-benefici”, che nella fattispecie in questione, concerne le ricadute delle crisi  bancarie.

 

  1. Dietro il paravento della tutela del risparmio, la protezione del rischio d’impresa

L’idea che la crisi di un’azienda di credito comporti conseguenze sull’intero sistema creditizio, destabilizzandolo con danni diretti sul risparmio e la fiducia dei risparmiatori e collaterali sul mercato dei capitali, il quale potrebbe diventare asfittico se non più alimentato da un adeguato flusso di risparmio, ha dominato nel mondo e favorito la tutela complessiva dell’attività bancaria.

Di fatto, però, nel 2008 gli Sati Uniti d’America ci mostrano il fallimento di una grande banca, la Lehman Brothers, con conseguenze devastanti per i portatori di capitali di rischio e di credito fatto affluire quest’ultimo in quei titoli poi battezzati “tossici”. L’analista non può esimersi dal considerare che le Autorità centrali di quel Paese avevano ed hanno salvato altre banche in situazioni di crisi gravi e conclamate. La motivazione di tale comportamento non è chiara, tuttavia si può abbozzare un’ipotesi correlata ai possessori di quei titoli, che, per la predetta banca erano fuori dagli USA per circa il 60% con la conseguenza che la ricaduta del default è stata più contenuta all’interno di quello Stato federale, rispetto a quanto sarebbe accaduto per altre aziende di credito, non casualmente salvate anche con l’intervento pubblico.

L’ipotesi avanzata sulle ragioni della citata scelta ci riportano all’analisi costi/benefici adombrata a conclusione del capitolo precedente. Evidentemente, anche se la ragione alla base della decisione adottata nel caso in questione non è quella indicata, rimane la certezza che la stessa è il portato di una valutazione in cui i benefici sono risultati superiori agli oneri, ovvero ai sacrifici per i risparmiatori e per la collettività.

In qualche modo l’esempio statunitense può essere un riferimento utile per considerare l’ipotesi di scissione tra la gestione dell’impresa bancaria e la tutela del risparmio.

Il termine scissione non è forse il più appropriato, poiché non ho in mente una conduzione bancaria che non tenga conto del carico sociale derivante dalla gestione del risparmio, né tantomeno il superamento del controllo dell’Autorità di Vigilanza sovraordinato.

Ritengo, però, che una volta diagnosticato il tipo di crisi che ha colpito la banca occorre adoperarsi per risolverla, ma se una soluzione non si trova utilizzando razionali criteri aziendalistici occorre procedere ad una liquidazione di tipo concorsuale, che può essere il fallimento o la liquidazione coatta amministrativa.

In altri termini, gli sforzi per salvaguardare i risparmiatori vanno fatti ma scindendoli dall’impresa bancaria che dovrà percorrere l’iter che ne determinerà la dissoluzione.

Cercherò di essere ancora più esplicito. La forzatura più frequente è quella di far “ingoiare” la banca in crisi ad un’altra azienda di credito con continuità per la gestione del risparmio e, quindi, salvezza dei risparmiatori.

Il “boccone”, però, è spesso troppo grande o, comunque, indigesto, cosicché il soggetto incorporante si trova a sua volta in crisi e l’Autorità preposta con un problema più difficile da risolvere del precedente.

Sotto altra angolatura, si osserva che il tentativo di salvare una banca di grandi dimensioni addirittura quotata in borsa ha effetti diversi sul mercato azionario. Infatti, fermo l’aspetto tecnico che vede pregiudicati i parametri fondamentali di un’impresa in crisi, abbiamo potuto osservare un esempio di banca quotata in “crisi nera”, le cui quotazioni hanno oscillato in un range amplissimo tra più e meno, a riprova che il mercato ha subito l’azione della più bieca speculazione a discapito dei cassettisti che hanno creduto in quel titolo e nella banca della quale lo stesso è quota parte del capitale.

Quella banca, da quanto si legge, sarà salvata con un intervento pubblico la cui ricaduta interesserà inevitabilmente la platea degli italiani che pagano le imposte. Eppure la crisi, oltre che indotta da una pessima gestione del credito, come dimostra il monte sofferenze ed incagli, ha la sua genesi anche in un’errata politica di crescita dimensionale che ha indotto all’acquisto di un’azienda di credito nel momento di picco delle valutazioni, picco bruscamente crollato per effetto della crisi economica lasciando nell’acquirente il “gap” tra prezzo pagato e valore acquisito.

La sintesi di quanto precede riconduce al rapporto costi/benefici che, a mio sommesso parere, sarebbe più equilibrato se l’aiuto pubblico si concentrasse solo sulla salvaguardia dei risparmiatori, facendo anche un severo screening tra coloro che incolpevolmente sono stati danneggiati e quelli che, avendo le capacità, per esempio, di valutare le offerte della banca hanno sottoscritto la più rischiosa per “fame” di lucro.

Mi rendo conte che con la mia tesi sto sconfessando il «too big to fail», e cioè la teoria che una grande azienda di credito non può fallire, perché si sconvolgerebbe il sistema creditizio, ma io non credo in tale teoria. Infatti, il principio che una grandissima impresa non possa fallire perché si sconvolgerebbe il sistema sociale dovrebbe riguardare qualunque attività aziendale, giacché è proprio la dimensione del contenuto occupazionale, ovvero il cuore sociale dell’impresa, che determina lo sconvolgimento, ma gli interventi sono previsti a protezione di tale aspetto attraverso i vari ammortizzatori sociali, anche se la grande impresa arriva al fallimento.

Se per seguire la «traiettoria» da me auspicata occorra mutare la struttura normativa si pone un tema da sottoporre al vaglio di giuristi, personalmente, quale aziendalista, posso dire che non mi pare ci sia nulla da cambiare sotto il profilo dell’impianto giuridico, quella che va modificata è la soluzione operativa, avendo il coraggio di lasciare al proprio destino fallimentare le imprese bancarie in crisi irreversibile., incentrando gli interventi sulla tutela dei risparmiatori in “buona fede”.

L’opinione espressa può certamente essere criticabile, ma l’osservazione empirica ne dimostra la consistenza. Giacché i salvataggi, realizzati o attesi, hanno via via dovuto muovere su iniziative sempre diverse, figlie dell’intuizione nazionale soppesata sulle limitazioni imposte dall’Unione Europea.

I predetti salvataggi, con i loro strascichi contenziosi, giudiziari e non, evidenziano crepe dovute, a mio parere, alla circostanza di avere il loro presupposto nella tutela del risparmio.

Ferma l’esigenza della citata tutela, occorre considerare l’impresa, la quale deve affrontare il suo stato di crisi secondo le modalità che Dottrina e Prassi indicano per la specifica tipologia di crisi in cui versa.

Ogni impresa, peraltro, quando entra in crisi ha, tra gli altri, il ricordato, grave problema sociale degli occupati, che è, spesso, al centro della ricerca della modalità per uscire dalla stessa. Non è esente da tale aspetto l’impresa bancaria, ma anche per essa l’eventuale soluzione del problema dei dipendenti rientra nel «pacchetto crisi» e, quindi, lo si affronta, come per ogni altra azienda, all’interno della modalità finalizzata a risolvere lo stato di crisi.

In altri termini l’uguaglianza: salvataggio bancario = tutela del risparmio non convince sul piano operativo e su quello più spiccatamente concettuale.

L’osservazione empirica, lo ripeto, dimostra tanti casi di salvataggi, utili ai risparmiatori, ma non forieri di risultati definitivi per la specifica crisi della banca, che, spesso, esprime un germe che viene trasmesso al tessuto di quella utilizzata, attraverso acquisizione e/o fusione, come strumento per risolvere il default dell’altra.

Quanto ci è dato di osservare negli ultimi due anni non smentisce il dubbio sul pericolo adombrato, dimostrando che le soluzioni passano attraverso aiuti pubblici i quali, comportano, spesso, vantaggi speculativi per chi si è offerto quale «salvatore».

 

  1. Considerazioni conclusive

Quanto esposto fin qui, testimonia i miei dubbi sui salvataggi bancari in funzione della tutela del risparmio.

Tali dubbi mi inducono a proporre una sorta di scissione tra i due aspetti, in modo che la preminenza della tutela del risparmio non sia, di fatto, una protezione per l’impresa bancaria rispetto alle conseguenze della crisi in cui versa

Mi rendo conto del tema generale della fiducia del sistema creditizio che non deve essere messa in discussione ma mi domando se tale fiducia debba essere assicurata da salvataggi ad ogni costo, piuttosto che dalla consapevolezza di un controllo efficace sul sistema, il quale metta anche fuori mercato le strutture che non esprimono più margini per il recupero di economicità.

Quanto sostengo va forse al di là della stessa utopia, se il 16 febbraio 2017 il Parlamento italiano ha varato il cosiddetto Decreto salva banche, ma l’isolazionismo non mi ha mai spaventato.

La voce cattolica, che ascolto sempre con molta attenzione, si è fatta sentire autorevolmente negli ultimi tempi per reclamare «più etica per banche migliori». Al riguardo, voglio ribadire il mio convincimento dell’“Etica sostantivo”, e cioè espressione del modo di essere della persona e non una qualificazione piegabile all’interpretazione.

Tale assunto trova autorevolissima conferma nel Papa Emerito Benedetto Sedicesimo, il quale afferma «è bene elaborare anche un valido criterio di discernimento, in quanto si nota un certo abuso dell’aggettivo etico che adoperato in modo generico si presta a designare contenuti anche molto diversi al punto di far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia ed al vero bene dell’uomo» (Lettera Enciclica Caritas in Veritate).

Si conferma, così, che non è etica la banca, bensì che l’Etica deve ispirare gli indirizzi e le decisioni operative di tutti coloro che nell’azienda di credito agiscono.

È vero, quindi, che la migliore tutela del risparmio affidato alla banca dipende dalla oculata gestione della stessa, il che significa saper interpretare il mercato del credito in modo adeguato e lungimirante, impostando la programmazione delle attività ed il controllo delle stesse nel rispetto dei canoni della corretta gestione. Se dal controllo emerge la difficoltà, il gestore deve affrontarla nel migliore dei modi, valutando l’ipotesi liquidatoria se non riesce a percorrere la strada del risanamento.

Il risparmio, anche in virtù dell’opera della vigilanza, potrà, comunque, essere tutelato senza che agli eventuali costi per tale irrinunciabile esigenza sociale si aggiungano quelli per un improponibile salvataggio dell’impresa bancaria.

(La sintesi di questo scritto è pubblicata sulla rivista “Panorama” del 28 settembre 2017 n° 41).