Lunedì, 14 Giugno 2021

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Una proposta per rendere sinergici i salvataggi bancari rispetto alle esigenze del Paese

Sommario

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  1. Un tentativo di valutazione dei salvataggi bancari: chi ci ha guadagnato e chi ci ha perduto.
  2. Partendo dalla conclusione di cui al punto 1., è ancora possibile un recupero per il «sistema Italia»?
  3. Alcune ipotesi per dare un po’ di linfa vitale ad un Paese in triste declino.

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  1. Un tentativo di valutazione dei salvataggi bancari: chi ci ha guadagnato e chi ci ha perduto.

È doveroso, da parte mia, premettere che sono un fautore della “fallibilità” dell’impresa bancaria, poiché tale convincimento potrebbe influenzare lo svolgimento che seguirà. Tuttavia, non esporrò in questa sede le ragioni del citato pensiero, rinviando, chi ne avesse la curiosità, agli scritti segnalati in nota[1].

Il panorama dei salvataggi bancari, mi riferisco al nostro Paese ma all’estero la situazione cambia poco, è corposo e, probabilmente, ancora in divenire. Lo schema più seguito è quello di svuotare le banche in crisi dai crediti non performanti e, così «ripulite», metterle sul mercato, si fa per dire. Una “bad bank” con soggetto economico pubblico acquisisce i predetti crediti nonché, in qualche caso, quelli cosiddetti incagliati ad un valore che ne sconta lo stato «non performing».

Il predetto schema, come ci mostra la situazione globale, presenta delle variabili: un caso è quello della grande, storica banca senese al cui salvataggio partecipa lo Stato intervenendo sul capitale di rischio attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. L’intervento appare condiviso dall’Unione Europea, rispetto alle condizioni limitative degli aiuti di stato. Non è opportuno, in questa sede, indagare su tale aspetto, mentre occorre ritornare, sul tema specifico del presente paragrafo.

Cominciamo con la ricerca di chi ci ha guadagnato. Esaminando, in primo luogo, la situazione dei depositanti.

La loro tutela è al centro della normativa nazionale dal 1926 ed ora interessa, inevitabilmente, anche quella dell’Unione Europea.

Fermo tale obiettivo, proviamo a domandarci quali sono gli altri soggetti che lo schema di salvataggio prescelto avvantaggia e quali, se ci sono, quelli dallo stesso svantaggiati.

Dal punto di vista economico, non c’è dubbio che “il soggetto” beneficiato è chi ha acquisito la «polpa» delle banche risanate, e cioè senza crediti insoluti ed incagliati, gratuitamente, e cioè corrispondendo il controvalore simbolico di un euro. La domanda che occorre porsi è cosa abbia fatto di significativamente utile il salvatore: a mio parere proprio nulla.

Si potrebbe immaginare che “l’acquirente” sia stata chiamato a farsi carico dell’impegno sociale delle banche acquisite nei confronti dei loro occupati, ma non è così. Infatti, subito dopo la “felice” operazione, l’amministratore delegato di una banca beneficiata dalla procedura, si è affrettato ad annunciare qualcosa come seimila esuberi. Su chi graverà il conseguente carico sociale? Non è certo tranquillizzante, sul piano della concretezza, la dichiarazione che non si tratterà di licenziamenti ma di “scivoli”, perché, comunque ci sono dei costi di cui qualcuno dovrà farsi carico ed è lecito dubitare che tale soggetto possa essere la “banca salvatrice”, perché non ne ha né l’intenzione, né, probabilmente, i mezzi. A proposito di quest’ultimo aspetto, appare interessante riflettere sull’esistenza o meno di un piano industriale, almeno triennale, dell’acquirente dal quale risultino le prospettive economiche e finanziarie funzioni dell’acquisizione.

Mi auguro che tale documento esista e che sia stato attentamente valutato da chi ha autorizzato l’operazione e, soprattutto, che le prospettive reddituali non siano legate al numero degli sportelli acquisiti ma alle potenzialità di una banca dimensionalmente più allineata al mercato e, quindi, più efficace ed all’avanguardia nella gestione del credito e del risparmio, sempre più on-line.

Se così non fosse, la ricaduta negativa sul sistema finanziario nazionale sarebbe terribile, perché coinvolgerebbe un’istituzione creditizia di dimensioni maggiori.

Pensando, «positivo», rimane sempre il predetto tema della ricaduta sociale dell’operazione, che coinvolge, in primo luogo, l’aspetto occupazionale.

Sarà, infatti, la collettività a doversi far carico degli oneri connessi con gli ammortizzatori sociali, che, per le ragioni esposte, dovranno essere attivati. Ciò significa, prelievo fiscale o quantomeno la difficoltà, se non l’impossibilità, di una riduzione dello stesso, come, invece, vanno promettendo i Governi che si sono succeduti, almeno negli ultimi tre lustri, alla guida del nostro Paese.

La conclusione delle considerazioni esposte è che c’è un soggetto che guadagna ed uno Stato, e cioè la collettività che lo costituisce, che perde.

La domanda è: tale conclusione va imputata alla struttura dell’intervento oppure a qualche aspetto dello stesso che potrebbe essere corretto?

 

  1. Partendo dalla conclusione di cui al punto 1., è ancora possibile un recupero per il «sistema Italia»?

Lo svolgimento, certamente unilaterale e criticabile, del tema proposto nel precedente paragrafo aveva motivato una triste conclusione sui vantaggi e svantaggi indotti dalle modalità proprie dei salvataggi bancari. Rimaneva l’interrogativo finale sulla possibilità di indurre la gestione del modello adottato verso correttivi che ne attenuassero, quanto meno, l’effetto dell’utilità per un soggetto ed il peso per la collettività.

Mi rendo conto che può salire alta la critica al mio assunto, osservando che lo strumento “bad-bank”, se adeguatamente gestito, riverserà alla sua proprietà, riconducibile sempre al pubblico, i margini positivi della gestione dei crediti non performanti acquisiti.

È un fatto incontestabile, ma riduttivo sotto il profilo sociale, rispetto alle potenzialità che in questo senso la conduzione del patrimonio acquisito potrebbe rendere. Infatti, quel patrimonio, costituito da crediti più diversi accompagnati spesso da garanzie immobiliari, trova senz’altro soggetti interessati all’acquisto, per lotti più o meno rilevanti.

La motivazione all’acquisto è di tipo speculativo, nel senso più proprio del termine e cioè finalizzato al guadagno.

Nulla da obiettare, ma anche il «venditore» si muove nel medesimo indirizzo speculativo per ricevere il plauso dal suo «soggetto economico», che rientrerà con margini interessanti dal proprio investimento.

Ciò comporta che i lotti di offerta saranno formati mirando alla massimizzazione dell’incasso, indipendentemente dal loro utilizzo successivo, che potrebbe essere foriero di guadagni anche in funzione di gravami importanti per il pubblico.

È il caso dell’immobile per il quale l’acquirente presenterà un progetto di demolizione e successiva edificazione con destinazione diversa, che comporta opere di urbanizzazione il cui onere viene a ricadere sul Comune dove si intende realizzare il progetto.

Non intendo segnalare un aspetto per il quale occorre scandalizzarsi, ma semplicemente portare la riflessione sulla possibilità di realizzare il patrimonio acquisito dalla “bad bank” con un’intonazione più aperta al “welfare”.

Tornando al precedente esempio, è immaginabile che crediti e garanzie possono riguardare più immobili ubicati in zone diverse ma funzionali alla realizzazione di “social house”. Questo è un aspetto di grande rilievo in termini di welfare, perché potrebbe andare incontro alla soluzione delle residenze universitarie, all’ospitalità per genitori che hanno figli ricoverati in strutture pediatriche le quali non hanno spazi per garantire tale ospitalità, alle residenze per anziani e quant’altro. Peraltro, l’“assortimento” dei beni espressi dall’universalità dei crediti non performanti è estremamente vario, vi si possono trovare diritti di attracco, terreni agricoli e tanto altro che, probabilmente, il singolo operatore, nel caso di specie l’acquirente dei NPL, non può finalizzare in senso socio-economico; vale a dire, con riferimento ai due esempi che precedono, per costruire o rilanciare un porticciolo turistico o per realizzare un’area agricola dimensionalmente adeguata per essere impiegata al meglio in produzioni quantitativamente e qualitativamente rispondenti alla richiesta di mercato.

Ne consegue che la predetta finalità potrebbe essere conseguita attraverso un coordinamento degli «Enti» gestori dei ricordati crediti, utilizzando una «cabina di regia» la quale, valutando i mezzi a disposizione e conoscendo le esigenze collettive, possa orientare gli interventi verso il migliore risultato in termini di interesse socio-economico.

 

  1. Alcune ipotesi per dare un po’ di linfa vitale ad un Paese in triste declino.

L’assunto conclusivo del paragrafo precedente non è utopico, poiché prende in considerazione la realtà patrimoniale acquisita dai soggetti a ciò designati e ne considera la distorsione gestionale rispetto ai possibili obiettivi sociali.

Ciò non vuole essere una critica all’operato di ognuno dei predetti enti gestori, che fanno al meglio il loro dovere, bensì un richiamo all’Autorità Pubblica che avrebbe, ed ancora potrebbe, imporre loro di operare in coordinamento per dare una spinta al decollo del “Sistema Italia”.

Si consideri il caso più datato e, quindi, maggiormente dimostrativo della Bad Bank creata per il salvataggio del Banco di Napoli. Essa ha una storia ormai ultraventennale di gestione, magari efficacissima, dei “crediti ammalorati” ricevuti negli anni, ma non risulta mai protagonista di un’impresa “welfare”, eppure nella sua area di competenza è pensabile che vi fossero strumenti e motivazioni per procedere in tal senso.

Non è ancora nota la strategia che il veicolo Cassa Depositi e Prestiti vorrà attuare per il risanamento della Banca più antica d’Italia, che sicuramente potrebbe offrire molte occasioni per superare errori del passato e contribuire ad interventi finalizzati al recupero socio-economico del Paese.

Ciò vale anche per la giovanissima REV e per i salvatori delle «banche Venete», in quanto orfani anche loro di una regia che, collegandoli a sistema con le altre realtà più o meno analoghe, possa sinergizzare le loro attività in funzione della soluzione di concreti problemi della collettività.

La dimostrazione è addirittura ovvia, basti pensare all’utilità di complessi sociali come quelli già citati nel paragrafo 1., la quale non si esaurisce nella realizzazione in sé, ma comporta occupazione, crescita nell’indotto, cosicché il plauso che può raccogliere dal suo “dante causa” l’operatore in una gestione autonoma tradizionale, ha ricavato cento da quello che aveva in carico a cinquanta, può trasformarsi in un riconoscimento collettivo per aver innescato un moltiplicatore economico-sociale.

Per quanto possa apparire paradossale, il «modello» della regia finalizzata al massimo sociale è anche compatibile con la mia tesi, alla quale ho accennato al principio di questo scritto, della fallibilità dell’impresa bancaria. Infatti, fatta salva l’imprescindibile difesa del risparmio, sarebbe auspicabile che dall’attivo fallimentare si enucleasse quanto può avere un contenuto di utilità sociale anche se in concorso con situazioni simili o, comunque, collegabili rispetto alla finalità di “welfare”.

Ciò conferma l’esigenza della regia unitaria del processo affidata a chi ha la necessaria sensibilità per cogliere le esigenze sociali e, nel caso di specie, trovare la formula più efficace per organizzare a sistema le risorse rivenienti dai crediti non performanti.

Trovare questa soluzione significa evitare uno spreco sociale, che le iniziative individuali, come in precedenza indicato, non possono cogliere, non avendo avuto dal loro “dante causa” tale missione.  

Al riguardo, le occasioni perdute, onde evitare di chiamarle sprechi, sono sicuramente rintracciabili nella longeva attività della bad bank generata per il salvataggio del Banco di Napoli; sono presenti nel macroscopico calderone dei crediti non performanti e dei dubbi esiti, non lontani parenti dei primi, di cui è sicuramente costellato l’«attivo» del Monte dei Paschi di Siena, nonché, come accennato, nei salvataggi delle quattro banche acquisite dall’UBI e nel più recente intervento a favore delle «banche Venete».

Le ultime realtà citate sono tutte gestibili secondo un indirizzo sociale, per tutto quanto è possibile utilizzare a tal fine, ma occorre un’Autorità che, con strutture organizzative idonee sappia individuare gli strumenti esistenti nei vari patrimoni e ricondurli ad unità rispetto allo specifico obiettivo sociale individuato.

Tale Autorità non esiste e, quindi, se si crede nell’idea va creata e ad essa vanno dati mezzi finanziari ed umani per realizzare l’obiettivo di coordinamento operativo, il cui risultato deve essere visibile e, perciò, giudicabile.

Quanto detto non è utopico ma realizzabile, anzi andrebbe realizzato subito. Il problema è l’Autorità alla quale affidare il coordinamento citato e la dotazione da fornire alla stessa, soprattutto in termini di alta professionalità per l’individuazione dei bisogni e dei beni da ricondurre a sistema per soddisfarli.

Non occorre, in proposito, costituire una nuova entità, che potrebbe diventare solo l’ennesimo carrozzone che costa e non rende, ma si potrebbe utilizzare una realtà esistente, dotandola di quanto necessario in termini di governance e di operatività, dando ad essa, il potere di intervenire nei confronti degli altri soggetti impegnati nei salvataggi, per acquisire, al valore di carico, i crediti/beni individuati per l’intervento sociale e realizzare, avvalendosi di idonee imprese, opportunamente selezionate attraverso gare dalla durata contenuta, le opere programmate.

L’entità prescelta, se, come auspicabile, già impegnata nei salvataggi, dovrà costituire al suo interno una funzione di programmazione, che colga le esigenze sulle quali intervenire impiegando le risorse disponibili nella globalità dei non “performing loans”.

Questa funzione deve essere svolta da un team contenuto, probabilmente non più di tre persone, ma di alta professionalità.

Essa dovrà lavorare in simbiosi con una funzione operativa, la quale dovrà risolvere gli inevitabili problemi legali, redigere i contratti con le imprese prescelte per gli interventi e verificare gli adempimenti di queste ultime.

Tale attività potrebbe richiedere nove soggetti, con specializzazioni diverse a seconda dello specifico ruolo al quale saranno assegnati, che può andare dall’esperto per i bandi di gare e la loro esecuzione, all’avvocato contrattualista di appalti e sub appalti, fino all’aziendalista in grado di predisporre piani economici e finanziari per gli interventi da eseguire e capace di controllarne l’esecuzione, onde chiamare gli opportuni correttivi se tale fase non rispondesse alle attese.

Quest’ultima funzione dovrà anche redigere il “bilancio” delle singole operazioni effettuate, tenendo presente che il costo dovrà, come già accennato, correlarsi in primo luogo all’acquisizione dei beni, che dovrà avvenire al valore di carico degli stessi per il cedente, fino al ritorno economico in dipendenza delle finalità del realizzato.

Il «processo» descritto può essere apprezzato da chi è in grado di accettare l’idea che occorre impegnarsi per recuperare tutto quanto recuperabile in termini di welfare, la cui tenuta è sempre più debole nel nostro Paese. Peraltro, l’iniziativa si basa sulla possibilità che, superati gli steccati dove intenderebbe muoversi il singolo «salvatore», ci sia un’Autorità che imponga la ricerca alla base della procedura e la successiva gestione delle risorse individuate messe a sistema.

Per realizzare ciò, ci vuole un’“Autorità” che creda nel progetto ed abbia il coraggio di sovrapporre all’interesse di questo o quel soggetto il bene collettivo.

Ciò postula un Governo che si renda conto, al di là delle statistiche più o meno di comodo, della realtà di un Paese che si impoverisce e degrada sotto tutti gli aspetti. Al riguardo, ogni intervento che cerchi di arrestare il declino del Paese è quanto meno utile.

Certo quanto prospettato in queste righe non è sufficiente per l’inversione di tendenza. Per questa occorrerebbe una programmazione coraggiosa, che colga l’esigenza imprescindibile di interrompere il degrado idro-geologico, di realizzare un’immediata salvaguardia del patrimonio storico-artistico, già messo a dura prova dai più recenti eventi sismici, che rilanci l’agricoltura ed, attraverso tali iniziative crei imprese, quindi lavoro.

Tutto questo senza tralasciare l’impegno per la formazione dei giovani, che nella tradizione scolastica a tutti i livelli avevano una preparazione elitaria data da una “scuola che forma” oggi soppiantata da una scuoletta che prova ad informare. Altra priorità è la riforma della Giustizia e del Fisco, nonché della Pubblica Amministrazione decaduta nella sua qualità direttiva con l’introduzione dello «spoil system».

Ma, come detto, tutto ciò postula una programmazione con chiari obiettivi e precisa valutazione dei mezzi per realizzarli.

Purtroppo, però, il Paese appare “allergico” alla programmazione, poiché programmare vuol dire scegliere e questo può non essere coerente con gli auspicati risultati elettorali.

Claudio Bianchi

 

 

[1] Qualche riflessione sull’“impresa bancaria”, in www.bianchiandpartners.it. La sintesi dello scritto è pubblicata su “Panorama”, n° 41 del 28 settembre 2017.