Martedì, 26 Gennaio 2021

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(48) Segue: Le prospettive…

08.04.2020

La domanda alla quale vorrei cercare di dare una risposta è la seguente:

siamo o non siamo un grande Paese?

Stando a quanto dicono i maggiorenti lo siamo, perché proprio in questa maledetta pandemia abbiamo eroiche manifestazioni di medici, infermieri, tecnici, volontari che a costo della loro incolumità prestano con abnegazione il loro servizio a chi ne ha bisogno, e sono molti.

A fronte di ciò, però, abbiamo anche chi si rifiuta di fornire prestazioni se rischiose, chi danneggia la strumentazione ospedaliera a supporto delle esigenze cliniche, chi ignora le disposizioni governative sul comportamento individuale e via dicendo.

È possibile, anzi è certo che si tratta di eccezioni che confermano la regola, tuttavia meritano di essere approfondite.

Il Paese, specie quello più giovane, si mobilita sempre di fronte alle calamità. Ricordo, al riguardo, "gli angeli del fango" nella tragedia di Firenze del 1966, certamente le prestazioni richieste in quell'occasione non erano specialistiche come quelle di cui c'è bisogno oggi per il Coronavirus, tuttavia anche in questa occasione l'apporto dei giovani per sopperire ad esigenze sentite, come la fame, pur collaterali a quelle cliniche è stato importante.  

Il mio rovello, di fronte a tutto questo, riguarda il giudizio da dare ad un Paese che, al bisogno, sa mobilitarsi, ma è incapace di gestire la normalità, dietro alla quale può anche celarsi il rischio eccezionale, che impone, per questo, una costante allerta.

Vorrei affrontare tale aspetto ricorrendo ai miei personali ricordi che, data l'età, risalgono indietro nel tempo. Il periodo fascista ha visto l'esaltazione dell'Italia e dell'italiano, al quale si è fatto intendere di essere potente, bello, intellettualmente super dotato e financo capace combattente.

Il dopo guerra ha posto il Paese ed il paesano di fronte alla triste realtà, di un popolo cencioso tutt'altro che bello e aprioristicamente dotato.

Ma proprio questo “shock”, successivo alla triste opera catartica della guerra, ha spinto l’italico spirito a reagire, impegnandosi nel lavoro (c’era chi ne faceva anche tre!), nello studio e nella ricerca di un benessere da troppo tempo agognato. Il Paese è entrato così nel “boom economico”, con un’economia sospinta di fatto, da una sola impresa privata alla quale lo Stato ha concesso tutto, a partire dalle autostrade, unica infrastruttura per la quale si è speso. La qualità, oltre alla quantità, delle dimensioni maggiori era, di fatto, completata dall’industria di Stato, attraverso l’IRI, l’ENI, l’EFIM, mentre si insisteva, anche al cosiddetto livello scientifico, nel sostenere che il nerbo della produzione nazionale era costituito da piccole e medie imprese. Ciò era vero, ma qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che l’evoluzione scientifica a livello mondiale imponeva una crescita, che le nostre medie e piccole imprese non sapevano o non volevano fare loro.

L’avvento della coalizione politica di centro-sinistra ha fatto sperare a molti, me compreso, che, finalmente, si sarebbe proceduto attraverso una programmazione economica finalizzata a ben precisi obiettivi. Purtroppo, così non è stato, per l’atavica indisponibilità della nostra classe dirigente e sottoporsi ai vincoli di un programma, essendo il suo obiettivo quello di conquistare più voti, e cioè più potere, ancorché in funzione di promesse elettorali che non sarebbero mai state mantenute.

Da qui l’accrescimento del nostro indebitamento pubblico e, più in generale, l’immagine di una Nazione che vive in superficie rispetto ai problemi che l’evoluzione socio-economica del mondo è andata via, via a proporre.

Mi vengono in mente, al riguardo, due aspetti: il primo risale alla decisione di inserire nella Carta costituzionale l’obbligo del pareggio di bilancio, il secondo è il patto di stabilità voluto dall’Unione Europea.

Sono due eventi distanti nel tempo, ma, a mio avviso, con un principio comune: rendere obbligatorio il limite dell’indebitamento pubblico. Io criticai il primo provvedimento, sostenendo che uno strumento di politica economica non poteva essere cristallizzato nella Carta costituzionale, finalizzata a fissare i principi fondamentali della Repubblica. Ovviamente, fui ignorato, come è successo più recentemente, quando accettammo l’impostazione dei tecnocrati tedeschi in merito alla condizione di stabilità tra PIL e debito pubblico. Il bello è che nell’attuale condizione di crisi, gli stessi fautori di quelle scelte, oggi sono i falchi che richiamano il superamento di quel patto e, più in generale, il ricorso al debito pubblico per fronteggiare l’emergenza.

Si tratta di comportamenti confacenti per la classe dirigente di un grande Paese o no?!

Tengo in sospeso il quesito, per riferirmi ad un aspetto ancora più incidente per il Bel Paese: l’entrata nell’Euro. Si è trattato di una riforma epocale, anche per la coerenza nella ricerca della coesione tra i Paesi europei aderenti. Al riguardo, andrebbe stigmatizzata la mancata adesione della Gran Bretagna, che si è lasciata libera di operare con la propria valuta e senza i vincoli imposti dall’adesione alla moneta unica europea. Con il senno di oggi si potrebbe dire che la scelta era un viatico per la Brexit, come lo sono stati i vantaggi delle oscillazioni sterlina-euro. Comunque, anche in questo caso, i maggiorenti tecnici della trattativa per l’Italia non risulta che abbiano fatto obiezioni al cambio lira/euro di 1936,27, anzi c’è chi sostiene che avrebbero gradito un rapporto ancora più alto!

Non ricordo che scrissi in quell’occasione, però posso osservare anche oggi che i negoziatori hanno avuto attenzione al debito pubblico italiano ed al suo costo, piuttosto che all’intero problema economico-finanziario del Paese. Cerco di spiegarmi: il vantaggio sul debito nel suo complesso è stato indiscutibile, almeno nel breve termine, ma la ricaduta sulla capacità di spendita dell’italiano è stata deteriore. Infatti, mentre un piccolo nucleo familiare riusciva a vivere dignitosamente con 1 milione di lire al mese, dopo l’avvento dell’euro non c’è la faceva più con 1000 euro, malgrado fossero il doppio del precedente milione. La ragione va ricercata nel mancato controllo dei prezzi, che lievitavano a dismisura poiché quello che costava 1000 lire veniva venduto ad un euro, cioè a circa il doppio e così si è andati avanti favorendo una speculazione di bassa lega ed un impoverimento importante per le classi a reddito fisso. I “coccodrilli” sono stati molti, ma le loro lacrime non hanno portato a granché: il tema attuale e la ricerca, piuttosto univoca tra Governo ed opposizioni, di indurre l’Europa a consentire l’indebitamento a «go-go».

Io keynesiano, favorevole al “deficit spending” sono preoccupato per la tendenza appena descritta. Infatti, ho sempre sostenuto e sostengo tutt’ora, che, fissato l’obiettivo per uscire da una crisi, va redatto il piano d’azione da seguire per riuscirci, inserendo in esso l’indebitamento e la sua prospettica estinzione.

Il navigare a vista, con la prospettiva di un debito crescente non correlato ad un obiettivo, mi mette paura e mi fa intravedere un pericoloso “default”. Ma questa è la posizione dell’Italia oggi rispetto all’Europa, che, che ne dicano coloro per i quali l’emergenza “Coronavirus” è un obiettivo.

In proposito, l’attualità ci mostra un’altra terrificante confusione: l’insistere sulla «fase due» quando la uno è lungi da potersi considerare conclusa.

I Cinesi hanno già sperimentato i danni della riapertura precoce e sono ricorsi ai ripari, noi invece autorizziamo i vivai a riaprire, per vendere i loro prodotti a chi? Peraltro, stiamo assistendo alla battaglia intestina tra presidenti di regione e sindaci, tra i primi ed il Governo, tra questo e taluni Paesi europei. Ne scaturisce spontanea la domanda: si tratta di un film il cui personaggio principale è un grande Paese?

Mi avvio alla conclusione cercando, prima di tutto, di non lasciare del mio sentimento verso l’Italia un’impressione errata. Amo il mio Paese e ne apprezzo tantissimi aspetti, anche nei confronti che ho potuto fare rispetto a realtà estere. Tuttavia, credo che per essere veramente grandi occorre sapersi criticare e modificare i propri difetti. Non c’è dubbio, al riguardo, che siamo un popolo di furbetti, nelle piccole come nelle grandi cose, e questo non è compatibile con la grandezza morale e la capacità di contendere i primati, come aspiriamo.

Del resto abbiamo un territorio che per la sua bellezza c’è invidiato ed è una delle risorse nazionali su cui possiamo contare, come per le opere dell’ingegno che scultori, architetti, artisti di ogni genere ci hanno lasciato, arricchendo gli assets che fanno dell’Italia uno dei Paesi più visitati al mondo. Ebbene, la gestione ordinaria di questi territori è quanto mai scarsa, cosicché un tale patrimonio naturale e culturale è in pericolo, come taluni recenti eventi sismici hanno, purtroppo, confermato.

È questa la gestione idonea per le risorse più importanti di un grande Paese? Ritengo di no.

In conclusione, la mia opinione è che la indubbia generosità manifestata da taluni nostri concittadini in circostanze avverse, è un grande punto di onore per il Paese ma non ne esprime la grandezza. Questa – in senso morale, sociale, ed anche economico – si deve manifestare nel corrente, esprimendo costantemente il rispetto degli uni per gli altri e l’impegno di tutti per la salvaguardia del Paese. Certamente, ciò ha bisogno di probità e capacità nella classe dirigente, aspetti carenti nell’attualità, come nel passato più o meno recente. Insomma, a mio sommesso parere, abbiamo le potenzialità per essere un grande Paese ma queste appaiono soffocate dalla mediocrità che da troppo tempo impera in Italia.

Claudio Bianchi