Martedì, 26 Gennaio 2021

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(51) Segue: Le prospettive…

06.05.2020

L’altra sera ho voluto vedere, o meglio rivedere, il film su Giuseppe Di Vittorio (pane e libertà), perché l’argomento del sindacalismo mi ha sempre appassionato, spingendomi a studiarlo nelle sue diverse sfaccettature, nonché a confrontarmi, poi, con alcune realtà della sua genesi.

Non mi intratterrò sulla fiction televisiva, - che ha impegnato un ottimo attore, ma ha anche evidenziato nella sceneggiatura delle omissioni storiche, che non dovevano essere obliate - per soffermarmi, invece, sulla sostanza del problema, utilizzando, al riguardo, anche qualche esperienza personale.

La sostanza dell’impegno di Di Vittorio per il sindacato unitario si collega al suo motto uniti si vince e, quindi, divisi si perde.

Certamente la collocazione storica delle origini è di quei primi decenni del secolo scorso, caratterizzato dalla forza del «padrone» rispetto alla debolezza del lavoratore, poi meglio sancita con l’avvento del fascismo e del suo pseudo sindacato-partitico.

Intenso e suggestivo è lo scorcio dell’evoluzione sindacale nel mondo produttivo del dopoguerra, fatto di grandi vittorie e tremende sconfitte. La CGL, Confederazione Generale dei Lavoratori, è il sindacato unitario cui aspirava il primo leader sindacale italiano: essa raggruppa i lavoratori provenienti dal Partito Comunista Italiano, quelli cattolici, di estrazione Democristiana, ed i Socialisti, nonché quelli militanti in altri partiti minori ma sempre appartenenti, come si diceva all’epoca, all’“arco costituzionale”.

Il sindacato unitario, nella storia dell’Inghilterra, ha significato sviluppo della democrazia, realizzazione di accordi complessi sul piano economico-sociale, come la politica dei redditi, e, quindi, appariva ed appare tuttora un esempio da seguire.

Ciò, come è noto, non è avvenuto in Italia, dove la Confederazione unitaria ha subito nel 1950, prima, la scissione, chiamiamola così, dell’ala democristiana che ha fondato la CISL, Confederazione Italiana Sindacati e Lavoratori, poi, quella della componente socialdemocratica che ha dato vita alla UIL, Unione Italiana del Lavoro.

Non mi cimento nell’analisi degli scontri tra forze sindacali nell’Italia del “boom economico”, limitandomi a considerare che la CGL esprimeva il PCI e quindi da essa le forze datoriali sostenevano di doversi difendere.

È interessante che tra queste nacque l’Intersind, distinta dalla Confindustria che raggruppava e raggruppa le imprese private, proprio perché l’obiettivo delle partecipazioni statali, che rappresentava, conteneva aspetti di rilievo sociale non correlati ai fini classici delle imprese “for profit”.

Ovviamente scomparse, salvo la rinascita oggi auspicata anche da chi ha provveduto alla loro liquidazione, le partecipazioni statali, con le Holding che le detenevano, ha concluso il suo ruolo anche l’Intersind.

La fine degli anni cinquanta ed i primi anni sessanta vedono comparire, ad opera delle macro imprese industriali, i cosiddetti “sindacati gialli”, costituiti e finanziati dai datori di lavoro per contrastare nelle trattative le rivendicazioni degli autentici sindacati dei lavoratori.

Fortunatamente, il bieco tentativo non ebbe, a quanto ricordo, vita lunga e la «Triplice» come cominciavano a chiamare la CGL, CISL ed UIL tornò ad essere l’interlocutore delle rappresentanze datoriali.

Prima di giungere ai giorni nostri e ricordare l’avvento dell’UGL, Unione Generale del Lavoro, espressione garbata del tentativo di avere all’interno delle forze sindacali un raggruppamento di estrema destra, vorrei riflettere sul ruolo del Partito Comunista nel complesso sistema economico-sociale del Paese dal dopoguerra in poi.

La maggioranza degli italiani ed i partiti che votava appariva terrorizzata dal possibile prevalere del comunismo. Ricordo da bambino che circolavano espressioni volte ad impaurire la gente, purtroppo in buona parte incolta quando non propriamente analfabeta, del tipo “si rischia di vedere i cosacchi abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro”. Sta di fatto che il PCI è stato il secondo partito italiano per antonomasia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, ma era il più grande ed organizzato partito comunista dell’occidente. Da ciò sono sempre derivati la blandizia e gli aiuti concreti degli Stati Uniti, interessatissimi a mantenere stretto a sé l’alleato italiano e, nel contempo, non farlo cedere ai richiami della base operaia vicinissima al PCI.

La dimostrazione più importante di tale assunto è il piano di aiuti ideato e realizzato dal Generale George Marshall nel 1947, la cui denominazione corretta era European Recovery Program, finalizzato, appunto, a sostenere i paesi europei logorati dalla seconda guerra mondiale.

La fetta di aiuti per l’Italia, anche grazie alla capacità del nostro negoziatore di allora, fu cospicua e, quindi, determinante per la rinascita di un Paese distrutto sotto tutti i profili.

L’evoluzione anche dei rapporti politici internazionali non mutò negli anni successivi; il rapporto tra la disponibilità degli aiuti degli alleati occidentali, da un lato, e da quelli più sottobanco che arrivavano alle organizzazioni operative del PCI era sempre al centro della struttura politica dell’Italia, ormai assunta al ruolo di potenza industriale.

La mia sensazione era quella di assistere ad una specie di tregua, con la Democrazia Cristiana al potere centrale, sostenuta dal potente alleato occidentale, ed il PCI estremamente infiltrato nel potere locale, con massima espressione nelle cosiddette regioni rosse.

Un equilibrio durato per decenni, che conferma, a mio sommesso parere, quanto il Paese deve anche inconsciamente al PCI.

È un fatto che la caduta del «muro di Berlino», quale espressione tangibile della disgregazione dell’URSS e, quindi, del Comunismo a livello mondiale, ha comportato per l’Italia lo scemare dell’interesse del potente alleato occidentale, poiché non eravamo più il Paese dall’importanza strategica, come negli anni in cui aveva in seno il più potente partito comunista dell’occidente.

Concludo questa considerazione, che raccoglierà, ovviamente, molti dinieghi per riprendere il discorso sul sindacato, che vede oggi l’unità, almeno formale, delle tre grandi organizzazioni, ma soffre dello «scavalco» operativo da parte di minuscoli raggruppamenti in grado però di fermare gangli importanti del Paese.

Le rivendicazioni che spesso vengono portate avanti da tali raggruppamenti sono demagogiche e senza il respiro dell’evoluzione sociale del lavoratore.

Da ciò, credo, dipenda anche la sfiducia sempre più diffusa nei confronti del sindacato, indicato genericamente, sfiducia che esprime un pericolo grave per la democrazia.

In conclusione, ritengo che abbandonando il principio dell’unità sindacale, il nostro Paese abbia perduto un’altra importante “pietra angolare” per la crescita sociale, prima che economica, e, forse, addirittura per il consolidamento della democrazia.

Claudio Bianchi