Martedì, 07 Luglio 2020

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(52) Segue: Le prospettive…

19.05.2020

Non era mia intenzione riprendere la consuetudine di queste riflessioni, perché scoraggiato dal fatto che non ho mai avuto la soddisfazione di vederle prese in considerazione, se non da fedelissimi ex allievi.

La circostanza di poter dire, quasi sempre a cose fatte, avevo ragione è stata una magra consolazione e forse, addirittura, motivo di irritazione.

Malgrado tutto ciò, non sono riuscito a rimanere indifferente di fronte al “decreto rilancio”, ai connessi articoli di stampa ed alle comparsate nei “talk show”. Non sono così presuntuoso da affermare con il Pontefice che l’indifferenza è forse più grave della specifica azione dannefice, ma posso confessare che sono stato scosso nel mio essere di «vetero aziendalista» e, come tale, non ho saputo reprimere lo stimolo ad esporre una mia personale interpretazione del citato decreto.

Quest’ultimo è impressionante per il suo volume, due tomi contenenti più di duecento articoli per un impegno di spesa complessivo di oltre cinquantacinque miliardi di euro. Il «rilancio» prova a toccare tutti i vari aspetti delle attività produttive, culturali e di innovazione tecnologica bloccati dall’esigenza di impedire i contagi del Coronavirus.

Nulla da obiettare sulle finalità e poco da dire sulla ripartizione dei fondi, mentre il “vetero aziendalista” ha tanto da obiettare sull’assenza di un programma in senso proprio. Debbo confessare, al riguardo, che fin quando ero un giovane assistente, il mio Maestro mi diceva che, tra i tanti pallini tipici dei professori universitari, io stavo sviluppando macroscopicamente quello della programmazione e del controllo di gestione.

Invecchiando, quella previsione è diventata sempre più realtà o meglio tipicità del mio DNA di studioso e di professionista.

Questo aspetto è quello che mi fa rimanere sconcertato rispetto al decreto in questione. Infatti, un piano, specie se di macro dimensioni, come quello in esame, parte dall’obiettivo, per dipanarsi, poi, negli impegni economici per conseguirlo, indicando le fonti per finanziare questi ultimi, nonché i recuperi prospettici dei flussi economici e finanziari necessari per tornare all’equilibrio.

Ebbene nelle migliaia di parole che ho letto e sentito, oltre alle finalità ed ai cinquantacinque miliardi di euro previsti, se non stanziati, per conseguirle, non ho colto nessun accenno alle fonti di finanziamento, alla loro gestione economica ed alle condizioni per il ritorno all’equilibrio economico-finanziario.

Mi aspetto, se qualche scettico vorrà leggere queste pagine, la critica sprezzante circa il finanziamento, previsto con il ricorso ai mezzi messi a disposizione dall’Unione Europea, nonché dai bonds pensati e proposti in varie forme e modalità dal nostro Governo. Ne sono cosciente, ma un piano non si finanzia con aspettative e soluzioni apodittiche, bensì con fonti atte alla specifica, completa copertura degli impegni e, nel nostro caso, non è così. Infatti, si sbandierano gli impegni di cinquantacinque miliardi ma gli stessi non vengono correlati alle opportune fonti. Non va dimenticato che se queste sono il portato di debiti, la relativa onerosità incide sui costi del piano, aspetto ovviamente ignorato al pari della loro causale.

Le fonti di finanziamento sono, invece, il punto centrale di ogni piano e vanno considerate con la massima attenzione in tutti i loro aspetti.

Nel caso di specie non è così e non occorre sprofondarsi in dimostrazioni per averne conferma.

Piuttosto, vorrei tornare sulla somma di cinquantacinque miliardi prevista nel maxi decreto e trionfalmente sottolineata dal premier e dai suoi alleati come l’impegno di due manovre finanziarie, per fare qualche riflessione sul sisma, con epicentro vicino a Roma di una settimana fa, e sugli esiti delle piogge torrenziali che stanno investendo il nord della Penisola.

Il primo evento mi colpisce particolarmente essendo un romano generazionale e, soprattutto, mi mette paura la scoperta di una Roma con rischio sismico. Mi sembra che ciò meriti attenzione ed induca ad interventi ad hoc anche per salvaguardare il Colosseo e gli altri monumenti laici e della cristianità, che fanno di Roma il richiamo turistico per eccellenza del mondo intero.

L’aspetto delle condizioni meteo avverse, che purtroppo si ripetono spesso distruggendo tanta bella Italia, sono per lo stesso motivo indicato per Roma un’esigenza non rinviabile di interventi radicali sul territorio.

Ho fatto questo accenno per valutare che il «rilancio» socio-economico-strutturale del nostro Paese deve anche passare per iniziative come quelle che ho appena adombrate. La conseguenza, in termini economici è che l’intervento da effettuare non è solo di cinquantacinque miliardi di euro ma, probabilmente, come suggerisce qualcuno, di centocinquanta miliardi di euro.

Le fonti di finanziamento triplicherebbero, ma se ci fosse un programma strutturato in tutte le sue parti, compresa la valutazione della crescita delle imprese, del lavoro e, quindi, del gettito fiscale per lo stato, sono convinto che i mezzi finanziari arriverebbero.

Chi segue queste mie note, sa che non sono tenero nei giudizi sui connazionali, eppure sono convinto che risponderebbero tutti, me per primo, al richiamo della sottoscrizione di prestiti per il rilancio del Paese.

La questione delle fonti di finanziamento sulla quale mi sto dilungando è centrale per un possibile piano di rilancio, perché si deve dar conto, e non solo ai creditori, della capacità di saper recuperare un deficit rilevantissimo, che se non gestito potrebbe gettare il Paese in “default”.

Per l’Italia sarebbe una rovina, poiché il recupero del «fallimento» non avrebbe puntelli su cui aggrapparsi.

La vendita dei beni di proprietà pubblica, suggerita da molti, è, come ho avuto occasione di dire in precedenti riflessioni, una soluzione di ultima istanza se trattasi di «gioielli di famiglia», per altri beni è praticabile, secondo il criterio della cosiddetta privatizzazione. Al riguardo, però, occorre non ricalcare gli errori già fatti, e cioè consentire lauti guadagni agli acquirenti privati, lasciando briciole finanziarie al venditore pubblico.

Per questo, il «vetero aziendalista» richiama alla verifica dei conti in un piano organico, evitando che, sul deteriore esempio delle finanziarie nazionali, anche il “decreto rilancio” sia una corsa a spendere senza i freni delle fonti e determini perciò una spinta in un dirupo, dal quale potrebbe essere forse impossibile per il Paese, risalire.

Claudio Bianchi